DI Virginia Nicoletti
Milano in questi mesi è letteralmente pervasa dalla Metafisica, che srotolandosi come un filo in un progetto espositivo articolato in quattro capitoli curati da Vincenzo Trione, trasforma la città in un percorso narrativo unico, fatto di piazze vuote, manichini e ombre
allungate, in cui centinaia di opere, documenti ed installazioni, si fanno lente attraverso cui leggere il Novecento ed il presente.
Il termine metafisico consta di una storia lunga, e di significati “sovrapposti”. In filosofia rimanda all’andare oltre ciò che è fisico per cogliere la “sostanza” – come la vera essenza dell’essere, del tempo, dell’anima, di Dio -.
In campo artistico rimanda invece a immagini solo in apparenza realistiche, ma cariche di silenzi, vuoti e accostamenti insoliti, che trasformano la scena quotidiana in un enigma e suggeriscono l’esistenza di una realtà più profonda (interiore, psicologica, esistenziale ed enigmatica) oltre ciò che si vede.
Sviluppatasi intorno alla figura di Giorgio de Chirico negli anni che precedono e attraversano la Prima Guerra Mondiale (1909-1919), nel pieno della “crisi del senso” germogliata nel cuore del secolo che prometteva progresso e razionalità, la corrente metafisica si forma come reazione alla modernità delle avanguardie formali. Dove il Cubismo scompone e il Futurismo accelera, la Metafisica, con il proprio codice, rallenta, immobilizza, “sospende” il fluire lineare degli eventi, grazie ad esperimenti su tempo e percezione.
Il fronte in cui questa “crisi” risulta forse più leggibile è l’architettura. I celebri scorci di piazze vuote – influenzate dal pensiero di Nietzsche -, insieme a portici, torri e stazioni che popolano i quadri di de Chirico, non sono semplici vedute urbane, ma architetture interiori, teatri dell’inquietudine, metafore di una tragica trasformazione sociale; motivi che, seppure con esiti diversi, vengono ripresi e rielaborati anche da suo fratello Alberto Savinio e da Carlo Carrà, nelle loro personali declinazioni della Metafisica. Questa tensione tra spazio mentale e spazio cittadino trova una sua traduzione concreta nei disegni, nei modelli, nei costumi teatrali e nei materiali d’archivio esposti a Palazzo Reale, che documentano come il linguaggio metafisico abbia effettivamente dialogato con Milano, dai progetti per la Scala fino alle sperimentazioni della Triennale.
Immersa nei “suoi” paesaggi, la Metafisica costruisce anche una vera e propria “antropologia dell’assenza”. Negli spazi urbani stranianti dei quadri, la componente umana compare sotto forma di manichini senza volto (ibridi tra persona e oggetto, che costringono chi guarda a riempire con la propria immaginazione il vuoto di volto, di storia, di biografia), busti classici, ombre che tagliano la piazza.
In tal prospettiva, anche le nature morte di Morandi, presenti anch’esse nel percorso di Palazzo Reale, assumono un valore antropologico. Bottiglie, scatole, oggetti comuni non sono immortalati come semplici “cose”, ma quasi come se si trattasse di “personaggi”, fotografati nel loro essere presenze mute isolate o nel loro quieto sostare in combinazioni “minime”. Incarnazioni di quella silenziosa solitudine che attraversa l’intera avventura metafisica.
Uno dei punti di forza di questo progetto milanese (che concorre, assieme alla straordinarietà dell’evento, a renderlo un appuntamento veramente imperdibile!) è la messa in dialogo del nucleo storico di questa corrente con artisti del XX e XXI secolo – tra cui pittori, fotografi, cineasti, creatori di installazioni -. Alcuni di questi offrono una personale rappresentazione dei codici metafisici (ad esempio Andy Warhol, Ugo Nespolo), altri si sono fatti interpreti di una “rilettura”, con sguardo sospeso e inquieto sul reale, di fabbriche dismesse, centri commerciali e periferie in trasformazione. Il risultato è una sorta di “mappa” che restituisce un presente segnato da disagio urbano, nuove forme di solitudine, precarietà e sospensione, che dimostra come la lezione metafisica non appartenga solo alla storia dell’arte, ma continui a fornire una chiave potentissima per leggere l’oggi.


