di Virginia Nicoletti
Le case delle bambole, piccoli mondi in cui tutto sembra fermo – ma in cui ogni dettaglio narra una storia e ogni stanza conserva un’emozione – sono oggetti dotati di potere evocativo, che hanno percorso epoche e geografie diverse, affrontando evoluzioni di scopo, pur mantenendo intatto il ruolo di scenografie in cui sperimentare poetici immaginari domestici.
Prima di diventare un “semplice” gioco prodotto in serie (in cui ambientare le disavventure della Barbie o di altre icone contemporanee), le case delle bambole sono state manufatti di prestigio, che affiancavano al fascino del dettaglio ricercato, la rappresentazione tangibile di un modo preciso di pensare la famiglia, l’ordine e perfino il ruolo delle donne nella società. Le prime case per bambole compaiono nell’Europa del XVI secolo come articoli destinati agli adulti. Pezzi preziosi, realizzati con cura maniacale, pensati per essere osservati più che usati, svolgevano la funzione simbolica di restituire in scala ridotta l’idea di una dimora ideale, ordinata e controllata, dichiarazione silenziosa ma eloquente di status e raffinatezza.
Nel Seicento e nel Settecento, soprattutto nel Nord Europa, questi modellini acquisiscono progressivamente una maggior complessità. Nei Paesi Bassi si diffondono le cosiddette “Cabinet House”, microcosmi perfetti racchiusi in armadi o vetrine, immagine di un mondo sociale ben definito in cui la casa rappresentava, in modo inscindibile, l’intimità e l’identità di chi la possedeva, e, in area tedesca, compaiono modelli come le “Nuremberg kitchen”, cucine in miniatura dal taglio pratico e pedagogico, spesso usate per insegnare alle bambine la gestione della casa. Il cambio di funzione (da oggetto simbolico da collezione in strumento educativo) è una svolta determinante, che fa assumere alla casa delle bambole il ruolo di dispositivo per la definizione, il consolidamento e la trasmissione di modelli culturali storicamente collocati, idonei a formare aspettative sociali e comportamenti legati – per lungo tempo – soprattutto a un’idea precisa del femminile.
Nell’Ottocento, grazie all’espansione della produzione industriale, la casa delle bambole diventa un giocattolo che entra stabilmente nell’universo infantile. In un secolo che ridefinisce il concetto di infanzia, queste miniature vedono ampliare ulteriormente il proprio valore simbolico e assumere un ruolo sempre più centrale nell’educazione femminile, orientata a rafforzare un’immagine della casa borghese come spazio di ordine, stabilità e distinzione.
A partire dal Novecento le case delle bambole diventano definitivamente accessibili. Perdono l’esclusività delle origini, ma continuano a restituire un’immagine potente della vita domestica. Quelle del dopoguerra, in particolare, raccontano spesso un ideale di casa salda e rassicurante, molto vicino all’immaginario familiare dell’epoca.
Anche oggi, che sono molto comuni e decisamente più impersonali rispetto al passato, restano un “estratto” di ciò che la società desidera vedere nella propria idea di abitazione.
Quella delle case di bambole è stata anche una storia di affetti, memoria e continuità. Molte di esse sono state tramandate alle successive generazioni, conservate come oggetti di famiglia, restaurate, curate, amate. E talvolta musealizzate. In tal prospettiva, queste miniature diventano un archivio sentimentale che raccoglie il tempo, custodisce i ricordi, trattiene una forma di intimità che spesso supera il valore materiale dell’oggetto stesso.
Il fascino che hanno esercitato è da ricondursi anche a questa duplice natura. In fondo sono oggetti tutt’altro che marginali, perché in esse si concentrano secoli di storia sociale, linguaggi, immagini e costruzioni culturali, e, allo stesso tempo, sono “mappe emotive”, che parlano di arte applicata e di consumo, di educazione e di memoria popolare, di desiderio e di rappresentazione.
E, forse, è per questo che continuano a piacere, e a rinnovarsi per parlare ancora al presente.

