di Alessandra Mulliri

Ci sono artisti che modellano la materia. E poi ci sono artisti che, attraverso la materia, provano a lavorare su se stessi. Roberto Ziranu appartiene a questa seconda categoria. La materia gli appartiene da sempre: ha iniziato a conoscerla quando era ancora bambino, a soli tre anni, nella bottega del padre. È lì che il ferro ha smesso di essere soltanto un materiale ed è diventato parte della sua vita, del suo linguaggio e della sua identità. Il suo ferro non è mai soltanto ferro: è memoria, fatica, resistenza, ferita, preghiera. È una superficie dura che, sotto il fuoco, cambia colore e diventa racconto. È il luogo in cui il peso della vita incontra la possibilità della leggerezza.
Il titolo del suo ultimo lavoro, “Oltre l’infinito”, sembra già contenere una dichiarazione di intenti. Non indica semplicemente una direzione, ma un viaggio. Ziranu racconta di essere arrivato simbolicamente fino alle estremità della coscienza: in alto, vicino a Dio, e in basso, dentro gli abissi. Due poli opposti, due esperienze limite che diventano parte dello stesso cammino. Perché chi conosce il buio, quando ritrova la luce, non la guarda più nello stesso modo.
La sua è stata una vita attraversata da momenti difficili, da prove che avrebbero potuto spezzare lo sguardo e indurire il cuore. Eppure, nell’uomo prima ancora che nell’artista, c’è l’ottimismo. Non un ottimismo ingenuo, ma conquistato. Una forma di fiducia maturata dentro la consapevolezza, sostenuta da valori profondi, da un senso etico dell’esistenza e da una responsabilità verso gli altri. Ziranu non sembra voler raccontare il dolore per celebrarlo, ma per dimostrare che dal dolore si può uscire. Che anche nei passaggi più duri si può reagire, seguire il proprio istinto, rimettersi in cammino.
In questo senso, “Oltre l’infinito” non è solo un’opera. È il punto in cui l’essere umano tocca i propri limiti e, proprio lì, scopre che qualcosa può ancora aprirsi. Le ali che Ziranu realizza sembrano nascere da questa tensione: non sono soltanto forme che evocano il volo, ma strumenti simbolici per superare il peso. Sorvolano i cieli, cercano una distanza nuova dalle ferite, indicano una possibilità di elevazione. Allo stesso tempo, le code di balena richiamano la profondità, l’immersione, il movimento potente e silenzioso di ciò che abita sotto la superficie. Sono presenze che scuotono le coscienze, che invitano a non fermarsi all’apparenza, a scendere dove spesso si ha paura di guardare.
Tra cielo e abisso si colloca il viaggio. E il nuovo viaggio di Ziranu prende forma anche nelle tre vele, immagine intima e universale insieme: lui e i suoi due figli. Tre presenze, tre direzioni, tre respiri affidati al vento. La vela, nella sua opera, non è soltanto simbolo di partenza, ma di affidamento. Significa accettare il mare aperto, affrontare l’incertezza, credere che esista ancora una rotta possibile. È un’immagine di famiglia, ma anche di speranza: perché ogni nuovo viaggio, per essere davvero tale, ha bisogno di qualcuno o qualcosa per cui valga la pena continuare.
L’arte, per Ziranu, diventa così terapia. Cura. Non nel senso facile di una consolazione immediata, ma come processo lento di trasformazione. Il ferro, materiale resistente e difficile, diventa quasi una metafora dell’esistenza: va scaldato, attraversato dal fuoco, lavorato con pazienza, piegato senza distruggerlo. Solo allora rivela colori inattesi. Solo allora mostra una bellezza che prima sembrava impossibile. È forse qui che si trova il cuore più personale del suo messaggio: anche l’essere umano, quando attraversa il fuoco, può scoprire dentro di sé una luce nuova.
Ziranu afferma che senza il ferro non potrebbe vivere. Per lui questa materia non è soltanto uno strumento di lavoro, ma una presenza necessaria, quasi un’estensione naturale della sua esistenza. Considera il proprio percorso come qualcosa di autentico e spontaneo, nato da una vocazione profonda prima ancora che da una scelta artistica.
Anche il successo lo vive con semplicità. Le sue opere sono arrivate in molte parti del mondo, ma i traguardi raggiunti non hanno scalfito la sua umiltà né il legame con le origini. Al contrario, sembrano aver rafforzato in lui la consapevolezza del cammino compiuto: una vita che, come racconta, gli ha tolto molto, ma gli ha anche donato tanto.
Da questa esperienza nasce un pensiero costante verso chi soffre e verso chi ha più bisogno. Nelle sue opere Ziranu cerca l’energia della materia, la forza nascosta del ferro, per trasformarla in qualcosa da restituire agli altri. Perché per lui donare non significa perdere, ma ricevere. Donare, dice, è una forma più alta di ricchezza.
In questa ricerca non c’è soltanto una dimensione individuale. Ziranu sente che l’artista ha anche una responsabilità etica: lanciare un messaggio, parlare agli altri, contribuire a risvegliare una coscienza collettiva. Il suo sguardo si posa anche sul dolore del mondo, sugli innocenti che pagano il prezzo più alto, sui bambini di Gaza, su una giustizia che appare ancora lontana. Non è un discorso politico, ma umano. È la constatazione amara che qualcosa, nel mondo, non va. Che il male è diffuso. Che troppo spesso a subire sono coloro che non hanno colpa.
Per questo la sua arte non si chiude nell’estetica. Non vuole essere solo contemplata, ma ascoltata. Le ali, le vele, le code di balena, i riflessi del ferro fiammato diventano segni di una stessa urgenza: ricordare che non bisogna arrendersi. Che anche quando tutto sembra perduto, resta la possibilità di reagire. Che l’istinto, la fede, l’amore per i figli, il senso della giustizia e la forza creativa possono diventare strumenti di salvezza.
“Oltre l’infinito” è dunque il racconto di un uomo che ha conosciuto gli abissi e non ha smesso di cercare il cielo. È un’opera che nasce da una vita difficile, ma non si lascia definire dal dolore. Al contrario, lo trasforma in messaggio. Nel ferro di Roberto Ziranu c’è il peso della materia, ma anche il desiderio di superarla. C’è il buio, ma anche la luce che lo attraversa. C’è la memoria delle ferite, ma soprattutto la volontà di andare avanti.
E forse è proprio questo il punto: per Ziranu l’arte non cancella il male, non elimina la sofferenza, non offre risposte semplici. Però indica una direzione. Invita a rialzarsi. A prendere il largo. A cercare, anche quando sembra impossibile, una luce oltre il buio. Oltre la paura. Oltre il limite. Oltre l’infinito.


