Due autori di primo piano, due immaginari lontanissimi, due modi opposti di intendere il cinema contemporaneo: la stagione estiva delle sale si apre con un confronto implicito tra introspezione e spettacolo, tra confessione autoriale e grande macchina pop.
Da una parte torna sullo schermo Pedro Almodóvar con Amarga Navidad, tra i titoli più attesi del periodo e tra i più radicali della sua recente produzione. Dall’altra, il ritorno di Star Wars al cinema con The Mandalorian and Grogu, firmato da Jon Favreau, riporta in sala un universo che negli ultimi anni ha vissuto soprattutto in streaming, senza mai perdere la propria centralità nell’immaginario globale.
È un doppio asse che definisce subito il perimetro della stagione: il cinema come sguardo interiore e il cinema come espansione spettacolare.
Nel caso di Almodóvar, il nuovo film si presenta come un dispositivo autobiografico deformato, un’autofiction in cui il regista si moltiplica e si osserva attraverso due identità speculari. Elsa e Raúl non sono semplici personaggi, ma variazioni della stessa coscienza narrativa: una regista in crisi che attraversa un presente fragile e un autore che, anni dopo, rilegge quel dolore come materia filmica. Il risultato è un racconto che scava nel lutto, nella disgregazione emotiva, nella perdita di centro creativo, trasformando la biografia in materia drammaturgica instabile.
È un cinema che non cerca consolazione, ma esposizione.
Sul versante opposto, Star Wars: The Mandalorian and Grogu segna il ritorno della saga sul grande schermo dopo anni di assenza, riportando in sala la forza di un immaginario costruito da George Lucas e progressivamente ampliato dalla serialità contemporanea. Qui il cinema non si chiude ma si espande: continua a vivere di appendici, personaggi, linee narrative che si stratificano nel tempo.
Il successo della serie The Mandalorian ha consolidato una nuova centralità per la coppia Din Djarin e Grogu, diventata in breve uno dei nuclei emotivi più riconoscibili dell’intero franchise.
Accanto ai due poli principali, la stagione si apre anche al genere e alle sue declinazioni più recenti. L’horror torna con forza con Obsession di Curry Barker, che costruisce un racconto di desiderio distorto e manipolazione affettiva attorno a un oggetto soprannaturale capace di alterare le relazioni e la percezione del reale.
Più esplicito nel registro della minaccia progressiva è Passenger di André Øvredal, che riprende la tradizione del viaggio come dispositivo narrativo per trasformarlo in trappola: un incidente stradale diventa la soglia da cui qualcosa, senza forma e senza nome, entra nella quotidianità dei protagonisti e la contamina dall’interno.
Non solo finzione, però. Il cinema guarda anche al reale e alla memoria sportiva con Aldair – Cuore giallorosso, documentario di Simone Godano che ricostruisce la traiettoria umana e sportiva di un campione attraverso il legame con Roma e la sua tifoseria. Un racconto che parte da un momento simbolico allo Stadio Olimpico per trasformarsi in ritratto identitario.
Chiudono il panorama Io non ti lascio solo, adattamento del romanzo di Gianluca Antoni diretto da Fabrizio Cattani, e Spyne di Anna Antonelli, storia di spionaggio che intreccia geopolitica e fragilità fisica in un contesto di crescente vulnerabilità.
Una stagione, dunque, che non si limita a sommare titoli, ma mette in scena un’idea precisa di cinema: da un lato la confessione e la memoria, dall’altro la mitologia pop e l’espansione industriale. In mezzo, tutte le forme possibili del racconto.


