di Alessandra Mulliri
Il primo giugno Marilyn Monroe avrebbe compiuto cent’anni, ma nell’immaginario collettivo non invecchierà mai. La sua eterna giovinezza, che il cinema e la cultura pop hanno congelato in poche immagini perfette, è riproposta su poster, ogni tipo di gadget, magliette e meme. È ovunque e sempre uguale, sensuale e glamour, come nel fotogramma tratto dal film “Quando la moglie è in vacanza”girato nel 1954, con l’abito bianco sollevato dall’aria della metropolitana di New York, o come negli scatti e nei filmati del 1962 al Madison Square Garden, con addosso il celebre abito aderentissimo color nude coperto di cristalli, mentre canta “Happy Birthday, Mr. President”. O come nelle serigrafie di Andy Warhol.
Nata come Norma Jeane Mortenson in un contesto segnato da instabilità familiare, affidamenti e difficoltà economiche, Marilyn cresce senza una vera casa né un’identità solida a cui aggrapparsi, e impara presto che niente è garantito. Forse è proprio in questa fase della sua vita che nasce il bisogno di reinventarsi, di costruirsi un personaggio che possa resistere dove lei, da sola, non basta.
Durante la Seconda guerra mondiale, mentre lavora in una fabbrica di armi, un fotografo la nota e le chiede di posare. Da lì ai primi servizi come pin‑up il passo è breve, come rapido sarà l’approdo al cinema di Hollywood. Prende così avvio la sua trasformazione, un percorso che la porterà a cambiare colore di capelli e postura, e a diventare “Marilyn Monroe”. Non solo un nome d’arte, ma una sorta di “travestimento” per proteggere la Norma Jeane fragile che porta dentro di sé. Una vera e propria metamorfosi, la creazione consapevole di un personaggio che possa sostenere proiezioni, desideri e aspettative ben oltre la donna che lo abita.
Nonostante i primi ruoli siano brevissimi e poco significativi, bastano per farla notare. Così, piano piano, le parti diventano più importanti, le battute aumentano, i costumi si fanno più appariscenti, fino al successo vero, che esplode quando arriva la combinazione giusta di film, registi e ruoli. Marilyn interpreta donne – che sembrano declinazioni dello stesso stereotipo -, dalla sensualità marcata, ingenue, con una certa goffaggine calcolata che le rende adorabili, leggere e prevedibili. Ogni nuova sceneggiatura sembra una variazione della stessa storia, ogni personaggio una declinazione di “lei”.
Ma Marilyn è una donna molto intelligente e si sente costretta dentro questa maschera che le va sempre più stretta. Nel mezzo di un incredibile successo planetario, benché il sistema che la circonda abbia interesse a tenerla al suo posto, lei si impegna con tutta sé stessa per scardinare dall’interno questo modello, cercando faticosamente, e quasi sempre vanamente, il modo per far affiorare chi è davvero, e quello che vorrebbe diventare. Tutto ciò mentre la sua vita privata alimenta un racconto travagliato, fatto di matrimoni brevi, amori ingombranti, speranze di stabilità che si infrangono puntualmente.

In balia della tensione causata dal contrasto tra immagine pubblica e vita interiore, col passare degli anni Marilyn cade vittima della dipendenza da farmaci, dell’insonnia e degli stati depressivi.
Quando muore giovanissima nell’agosto del 1962, in circostanze ancora avvolte da dubbi, quel senso di precarietà si cristallizza, e Marilyn si ferma per sempre a trentasei anni, sospesa nel pieno della bellezza, fermata un attimo prima della caduta, senza la possibilità di cambiare, di invecchiare e di trasformarsi.
Nella sua tragicità, quello che più colpisce della sua storia, è quanto questa parli anche di noi. Marilyn ha vissuto in anticipo il paradosso di un’esistenza schiacciata tra il bisogno di essere amata e l’obbligo di “funzionare” come immagine. Sulla sua pelle ha provato cosa significhi sentire uno scarto doloroso tra ciò che si è davvero e ciò che si deve – o si crede di dover – mostrare agli altri, situazione che oggi ci è fin troppo familiare ogni volta che costruiamo una versione di noi stessi a prova di feed social. Nella sua vicenda ritroviamo alcuni meccanismi che regolano il nostro presente, come il culto della visibilità, la richiesta di essere sempre performanti, e la paura di sparire se smettiamo di risultare interessanti, belli e desiderabili.
La fragilità di questa donna, che ha pagato sul proprio corpo e con la propria vita il prezzo di diventare per il mondo intero un’immagine da guardare, la rende terribilmente attuale, ancor più della sua perfezione “da icona”.


