di Virginia Nicoletti
A Varese, tra le sale luminose e gli interni sospesi tra antico e contemporaneo di Villa Panza, il colore di Josef Albers – artista, designer e teorico del colore tedesco-americano – è arrivato in punta di piedi, ma è impossibile che passi inosservato. “Meditations”, il progetto espositivo organizzato dal FAI – Fondo per l’Ambiente Italiano, insieme alla Josef & Anni Albers Foundation, aperto al pubblico fino al 10 gennaio 2027, invita il visitatore a confrontarsi con un nucleo selezionato di ventinove opere (alcune delle quali quasi mai esposte al pubblico) e contributi video.
Nato nel 1888 a Bottrop in Germania, Albers, prima della svolta che lo condurrà a diventare docente del Bauhaus e riferimento del modernismo, trascorre oltre un decennio in aula, come maestro di base per bambini, mentre porta avanti gli studi in scuole d’arte a Essen, Monaco e infine presso quella fondata da Walter Gropius. Questa lunga esperienza come insegnante elementare lo porterà a pensare l’arte come qualcosa che si costruisce attraverso l’esercizio, la ripetizione e la condivisione di problemi.
Emigrato all’inizio degli anni Trenta in America assieme alla moglie Anni per sfuggire al regime nazista, Albers diventa l’artefice del corso di arti visive del Black Mountain College, una piccola scuola sperimentale in North Carolina, dove con il suo insegnamento, tra gli anni Trenta e Quaranta, sarà determinante per intere generazioni di avanguardisti americani.
Albers interpreta l’arte in un modo del tutto personale rispetto alle correnti artistiche a lui contemporanee. Pur condividendo con l’espressionismo astratto la centralità del colore e il rifiuto della narrazione e della figurazione, ne ripudia il gesto, la traccia dell’”io tormentato”. Benché abbia in comune con il minimalismo la povertà dei mezzi e la serialità delle esecuzioni, non delega al tutto-fatto industriale, anzi! Calibra, pensa, varia, trasformando ogni suo quadro in un dispositivo in cui il colore è soggetto a sé. È come se prendesse le premesse del modernismo, come l’autonomia del colore e la centralità della percezione, e le convertisse in un metodo pedagogico permanente.
La poetica-pedagogica di Albers trova la sua massima espressione nel ciclo che ha occupato gli ultimi venticinque anni della sua vita e che lo ha consacrato tra i protagonisti della storia dell’arte – del quale in mostra sono visibili alcuni capolavori – “Homage to the Square”. In questa serie, che di base presenta in ogni dipinto una struttura quasi identica (con tre o quattro quadrati concentrici di diverse dimensioni realizzati su pannelli di fibra con campiture piatte, prive di tracce di pennellata espressionista), ciascun lavoro è una sorta di scena minimale in cui l’unica tensione per l’osservatore è quella percettiva, provocata dal diverso comportamento dei colori usati, in rapporto tra loro. In spregio all’apparente banalità, sono opere che non trasmettono un messaggio univoco, ma aprono uno spazio di esperienza in cui chi guarda è chiamato a partecipare attivamente, per “attraversarle” e coglierne appieno i micro-scarti, le sofisticate relatività cromatiche, le oscillazioni tra piattezza e profondità, tra equilibrio e squilibrio. L’insegnamento che trapela è che imparare a vedere davvero comporta lo scoprire che molte certezze visive sono in realtà costruite, abitudinarie, piene di semplificazioni. Un invito tangibile a diffidare delle evidenze, per assumersi la responsabilità di come guardiamo le cose.
Questo lavoro sul confine tra ciò che crediamo di vedere e ciò che effettivamente vediamo trova la sua formulazione più sistematica in “Interaction of Color”, il libro-corso pubblicato nel 1963 dopo anni di lezioni, prove e discussioni con gli studenti, in cui Albers organizza una sequenza di esercizi, tavole, dimostrazioni che chiamano il lettore a compiere azioni concrete, per osservare il colore, calato nella costellazione di rapporti che lo circonda, mentre acquista senso e “valore”.
In questa chiave, il suo lavoro rappresenta una sorta di modello generale per pensare la coesistenza delle differenze e anche una riflessione implicita sulle relazioni, sugli automatismi nell’attribuire ruoli, gerarchie e valori. Come per i colori, anche le identità, i punti di vista e le narrazioni culturali non sono assoluti, ma si definiscono per prossimità, per contrasto, per affinità.
La mostra, progettata da Nicholas Fox Weber, Executive Director della Fondazione Albers, non è una semplice antologica, ma un tracciato ben strutturato che valorizza appieno l’ambizioso progetto di fondo del percorso umano e artistico di Albers, con studi e dipinti delle serie più note affiancati da materiali che raccontano da vicino la ricerca, tanto rigorosa quanto sperimentale, dell’artista. L’allestimento, curatissimo, è sviluppato attorno all’invito alla meditazione visiva, quasi una forma di educazione “sentimentale” dell’occhio.
L’occasione per imparare a vedere di nuovo, con attenzione, misura e stupore silenzioso.


