di Andrea Francesca Morganti
Dal 24 al 29 giugno, tra Santu Lussurgiu, Cabras e Tharros, studiosi, archeologi e musicisti si confrontano sulle rotte antiche, sulle nuove ricerche nel Sinis, sulla tutela del patrimonio e sul ruolo pubblico dell’archeologia. Un programma che mostra perché il passato non è mai stato così presente.
Per molto tempo l’archeologia è stata percepita come una disciplina silenziosa. Una scienza praticata nei cantieri di scavo, nei laboratori e negli archivi, lontano dal grande pubblico e affidata a un linguaggio destinato soprattutto agli specialisti. Negli ultimi anni questa immagine è cambiata. I siti archeologici sono diventati luoghi di incontro, i risultati delle ricerche vengono discussi mentre gli studi sono ancora in corso e intorno al patrimonio antico si costruiscono festival, mostre, produzioni audiovisive e occasioni di confronto capaci di richiamare pubblici sempre più ampi.
La quarta edizione del Festival Internazionale dell’Archeologia, in programma dal 24 al 29 giugno tra Santu Lussurgiu, Cabras e Tharros, si colloca dentro questa trasformazione. Non presenta l’archeologia come una successione di date, reperti e civiltà scomparse, ma come uno strumento attraverso il quale leggere il territorio, comprendere il Mediterraneo e interrogarsi sui meccanismi con cui una comunità conserva, racconta o, in alcuni casi, disperde la propria memoria.
Il Festival promosso dalla Fondazione Mont’e Prama costruisce così un itinerario che parte dalla storia medievale, attraversa il mare antico e le sue rotte, entra nei cantieri di ricerca del Sinis, affronta l’aggressione criminale al patrimonio e arriva infine al Teatro di Tharros, dove la musica trasforma il paesaggio archeologico in uno spazio scenico contemporaneo.

Il Mediterraneo, molto più di uno sfondo
Il filo conduttore più evidente è il Mediterraneo. Ma non il Mediterraneo immobile delle cartoline, ridotto a cornice geografica o a rassicurante immagine di incontro tra culture. Quello che emerge dal programma è un mare complesso, attraversato per millenni da merci, eserciti, divinità, racconti, tecniche e conoscenze.
La serata inaugurale del 24 giugno, nella chiesa di San Leonardo di Siete Fuentes a Santu Lussurgiu, mette subito in relazione dimensione locale e storia generale. Giampaolo Mele ricostruirà Santu Lussurgiu e San Leonardo ai tempi di Eleonora d’Arborea, mentre Franco Cardini affronterà il Mediterraneo oscillando tra l’incantesimo del mito e il disincanto della storia.
È una distinzione importante. Il Mediterraneo è stato raccontato come culla della civiltà, luogo originario del dialogo e dell’incontro. La storia, però, restituisce anche conflitti, gerarchie, conquiste, schiavitù, competizioni economiche e contrapposizioni religiose. Studiare il passato significa allora sottrarre il mare sia all’idealizzazione sia alla semplificazione, riconoscendolo come uno spazio nel quale convivenza e violenza, scambio e dominio hanno spesso proceduto insieme.
Il concerto “Amaius”, con Elena Ledda, Simonetta Soro, Mauro Palmas, Marcello Peghin, Silvano Lobina e Andrea Ruggeri, completerà l’apertura facendo dialogare sonorità antiche, jazz e atmosfere mediterranee. Non si tratta soltanto di un accompagnamento musicale. La contaminazione tra linguaggi rappresenta uno dei principi dello stesso Festival: usare forme diverse per restituire la profondità di una storia che non può essere raccontata attraverso una sola disciplina.
Il mare diventerà il protagonista assoluto della serata del 25 giugno, nel nuovo Parco del Museo Civico Giovanni Marongiu di Cabras. L’accordo tra la Fondazione Mont’e Prama e la Fondazione Sebastiano Tusa metterà in relazione il Sinis e Ustica, due territori insulari accomunati da un patrimonio che continua sotto la superficie dell’acqua.
L’archeologia subacquea ha modificato profondamente il modo di ricostruire il mondo antico. Relitti, anfore, porti sommersi e approdi consentono di osservare le civiltà mediterranee non come realtà isolate, ma come nodi di una rete. Le navi trasportavano prodotti, persone e tecnologie, ma anche culti, parole, immagini e modelli sociali.
Gli incontri “Storie dal Mare” e “Andar per mare. Terre, navi, rotte, uomini e Dei”, con studiosi come Attilio Mastino, Ferdinando Maurici, Pascal Arnaud, Massimo Cultraro, Louis Godart e Silvia Romani, promettono di restituire questa mobilità. Una prospettiva particolarmente significativa per la Sardegna, troppo spesso rappresentata come periferia separata dal resto del mondo antico. Le ricerche archeologiche mostrano invece un’isola collocata al centro di rotte, relazioni e scambi che univano l’Oriente e l’Occidente del Mediterraneo.
Nel Sinis l’archeologia si fa davanti al pubblico
Uno dei passaggi più interessanti del Festival arriverà sabato 27 giugno. La serata unirà il racconto di Dioniso e dei suoi misteri alla presentazione delle ricerche condotte nella laguna di Cabras, nel nuraghe Cannevadosu e nell’ipogeo di San Salvatore.
È qui che la manifestazione assume in modo più evidente il carattere di un osservatorio sulla ricerca contemporanea. Il pubblico non viene invitato soltanto ad ammirare ciò che è già conosciuto e musealizzato, ma ad avvicinarsi al processo attraverso il quale la conoscenza archeologica viene prodotta.
Le prospezioni geofisiche e le tecnologie di rilevamento permettono oggi di leggere ciò che si trova sotto il terreno o nei fondali senza procedere immediatamente allo scavo. L’archeologia non coincide più soltanto con la figura dello studioso che porta alla luce un oggetto: è un lavoro multidisciplinare nel quale dialogano archeologi, geologi, architetti, esperti di ricostruzione digitale e studiosi del paesaggio.
Le nuove acquisizioni nella laguna di Cabras, lo scavo del nuraghe Cannevadosu e il racconto dell’ipogeo di San Salvatore mostrano inoltre come il Sinis sia ancora un territorio aperto alla ricerca. Il suo passato non è racchiuso definitivamente nelle teche di un museo. Continua a emergere, a modificare interpretazioni consolidate e a porre nuove domande sull’organizzazione degli insediamenti, sui luoghi di culto e sul rapporto tra le comunità e l’ambiente.
Rendere pubblica questa fase della ricerca significa anche condividere l’incertezza. Una scoperta archeologica non produce sempre risposte immediate. Spesso apre problemi, mette in crisi le ricostruzioni precedenti e impone anni di confronto. È forse proprio questa dimensione a rendere l’archeologia sempre più attraente: il pubblico non assiste semplicemente alla rivelazione di una verità, ma entra in una storia ancora in costruzione.
L’incontro dedicato a Dioniso aggiunge un’altra prospettiva. Il dio del vino, del teatro, dell’ebbrezza e della trasformazione mostra quanto il mito antico continui a parlare al presente. Attraverso Cristoforo Gorno, Giorgio Ieranò e Laura Larcan, il racconto mitologico diventa una porta d’accesso a temi universali: il limite, l’identità, il rapporto tra ordine e disordine, la necessità umana di attraversare simbolicamente ciò che non può essere pienamente spiegato.

Archeomafie, la parte oscura della passione per l’antico
La serata del 28 giugno introduce nel programma una questione meno rassicurante: quella delle archeomafie e dell’aggressione criminale al patrimonio culturale.
L’interesse per l’archeologia non produce soltanto conoscenza e partecipazione. Alimenta anche un mercato illegale nel quale reperti sottratti ai contesti originari diventano merci, oggetti da collezione o strumenti per il riciclaggio di denaro. Lo scavo clandestino non priva una comunità soltanto di un bene materiale. Cancella le informazioni legate alla posizione dell’oggetto, al terreno nel quale era conservato e agli altri elementi presenti nello stesso contesto.
Un reperto senza provenienza può conservare un valore estetico o commerciale, ma perde una parte decisiva del proprio significato storico. Per questa ragione la tutela non riguarda esclusivamente le forze dell’ordine, le soprintendenze e gli archeologi. Richiede una consapevolezza diffusa, capace di far comprendere che il patrimonio non è una riserva di oggetti disponibili, ma un bene collettivo non riproducibile.
Il confronto con Tsao Cevoli, Lidia Vignola e le soprintendenti Elena Anna Boldetti e Monica Stochino porta dunque nel Festival un tema politico e civile. Parlare di archeologia significa anche discutere di legalità, controllo del territorio, responsabilità del collezionismo e circolazione internazionale dei beni.
La stessa serata consentirà di osservare l’altra faccia della valorizzazione: le esposizioni attraverso cui il patrimonio sardo viene ricomposto, interpretato e portato fuori dall’Isola. Dalla riunione del corpus statuario di Mont’e Prama alle relazioni tra principi etruschi e guerrieri nuragici, dalla mostra “Tharros. Time Upon Time” all’esperienza di “Sardegna Isola Megalitica” a Barcellona, emerge una strategia che utilizza le mostre come strumenti di ricerca, diplomazia culturale e costruzione di nuove relazioni.
Portare la Sardegna nei musei internazionali non dovrebbe significare presentarla come un mondo misterioso e separato. La sfida è mostrare l’originalità della sua storia senza isolarla dal sistema di rapporti mediterranei di cui è stata protagonista. È in questo equilibrio tra identità e connessione che si gioca una parte rilevante della comunicazione archeologica contemporanea.
Perché l’archeologia richiama sempre più pubblico
L’interesse crescente verso l’archeologia non dipende soltanto dal fascino della scoperta. In un presente accelerato, dominato da contenuti destinati a essere rapidamente sostituiti, l’archeologia offre una diversa esperienza del tempo. Costringe a rallentare, a osservare le tracce e a riconoscere che ogni paesaggio è il risultato di molte vite precedenti.
Esiste anche un bisogno di concretezza. Di fronte a una circolazione continua di immagini digitali, il sito archeologico e il reperto possiedono una forza particolare: sono presenze materiali, testimonianze sopravvissute all’usura dei secoli. Il pubblico non cerca però soltanto oggetti da contemplare. Vuole comprenderne le storie, conoscere il lavoro degli studiosi e capire quale rapporto esista tra quei resti e il territorio contemporaneo.
I festival funzionano quando riescono a rispondere a questa domanda senza rinunciare al rigore. La divulgazione non consiste nel rendere banale un contenuto complesso, ma nel costruire le condizioni perché possa essere compreso. Per questo assumono importanza la qualità dei relatori, il dialogo tra discipline e la scelta di luoghi capaci di entrare nel racconto.
A Santu Lussurgiu, Cabras e Tharros il paesaggio non farà semplicemente da sfondo. Sarà una delle fonti attraverso cui leggere la storia. La chiesa di San Leonardo, il Museo Civico Giovanni Marongiu, Mont’e Prama e l’antica città affacciata sul mare compongono una geografia nella quale archeologia, ambiente e comunità risultano inseparabili.
Le visite guidate gratuite al sito di Mont’e Prama, previste durante i giorni del Festival, rafforzano questa relazione. Dopo aver ascoltato studiosi e ricercatori, il pubblico potrà confrontarsi direttamente con il luogo dal quale provengono alcune delle testimonianze più significative della Sardegna antica. È nel passaggio dalla parola al terreno, dall’immagine al paesaggio, che il racconto acquista profondità.
A Tharros, la musica dentro il tempo
La conclusione del 29 giugno affiderà alla musica il compito di riunire le diverse anime del Festival. Nel Teatro di Tharros, l’Orchestra Roma Sinfonietta e il Coro Polifonico “G.P. da Palestrina” di Cabras proporranno un tributo a Ennio Morricone e Carl Orff, con l’“Ave Maria Guarani” e i “Carmina Burana”.
La scelta di Tharros possiede una forza che va oltre la suggestione scenografica. In quel luogo il tempo appare stratificato e visibile: il paesaggio naturale, le architetture antiche, il teatro e la musica contemporanea convivono senza annullarsi. Il pubblico non assiste soltanto a uno spettacolo collocato in un sito archeologico. Entra in una relazione tra epoche diverse.
Anche questa è una forma di valorizzazione, purché il luogo non venga ridotto a fondale. Un sito archeologico rimane vivo quando può accogliere nuovi significati senza perdere la propria identità, quando la fruizione contemporanea si accompagna alla conoscenza e al rispetto.
Il Festival Internazionale dell’Archeologia sembra muoversi precisamente lungo questa linea. Non propone il passato come rifugio nostalgico, né come repertorio di immagini da consumare. Lo presenta come una materia ancora attiva, capace di mettere in discussione il modo in cui raccontiamo il Mediterraneo, costruiamo le identità e riconosciamo ciò che appartiene alla collettività.
Alla fine, il crescente successo dell’archeologia potrebbe dipendere proprio da questo. Scavare non significa soltanto cercare ciò che è stato. Significa capire come siamo arrivati fin qui e decidere che cosa del nostro tempo meriterà di essere custodito.


