Dal 26 agosto al 15 settembre Bologna ospita la nona edizione della rassegna di teatro civile al femminile. Sette serate tra spettacoli, incontri e una mostra per interrogare la cittadinanza, il potere, la guerra, il genere e le migrazioni attraverso le storie e le voci delle donne.
Ci sono momenti in cui la memoria smette di essere celebrazione e torna a essere una domanda rivolta al presente. A Bologna, quest’anno, quella domanda parte da una ricorrenza precisa: gli ottant’anni dal primo voto politico delle donne italiane. È il punto di partenza di Feminologica 9, la rassegna di teatro civile al femminile promossa dall’associazione culturale Youkali APS e diretta da Simona Sagone, in programma dal 26 agosto al 15 settembre nell’ambito di Bologna Estate e con il sostegno della Regione Emilia-Romagna.
Il titolo scelto per l’edizione 2026 è Donne al centro della storia. Non è soltanto un tema, ma una dichiarazione di metodo: spostare il punto di osservazione, sottrarre le donne al ruolo di figure laterali della narrazione storica e restituire loro quello di soggetti politici, protagoniste delle trasformazioni sociali e interpreti del proprio tempo. La rassegna arriva alla nona edizione e conferma una formula che mette in relazione il teatro con la storia, la ricerca, la memoria e il confronto pubblico.
Ottant’anni dopo il voto, la cittadinanza resta una questione aperta
La scelta di dedicare l’edizione al 1946 assume un significato particolare. Il 2 giugno di quell’anno le donne italiane parteciparono per la prima volta a un voto politico nazionale, scegliendo insieme agli uomini tra Repubblica e Monarchia ed eleggendo l’Assemblea Costituente. Il diritto di voto era stato riconosciuto nel febbraio 1945; le prime elezioni amministrative del dopoguerra, il 10 marzo 1946, avevano già visto le donne votare ed essere elette. Alle elezioni del 2 giugno votarono quasi 13 milioni di donne e 21 entrarono nell’Assemblea Costituente.
È una distinzione storica tutt’altro che marginale: il 1946 non rappresentò una concessione improvvisa, ma il risultato di una lunga mobilitazione e di un processo politico maturato durante la Resistenza e nella transizione dalla dittatura alla democrazia. Il voto femminile fu dunque parte integrante della rifondazione democratica italiana.
A ottant’anni di distanza, Feminologica utilizza quella conquista come una lente per interrogare ciò che è avvenuto dopo e, soprattutto, ciò che rimane incompiuto. La cittadinanza, nella prospettiva della rassegna, non coincide infatti con il solo diritto formale di voto: significa possibilità concreta di prendere parola, occupare lo spazio pubblico, esercitare autonomia, produrre cultura e partecipare alla definizione delle regole collettive. È precisamente questa idea estesa di cittadinanza a essere al centro della mostra Donne al centro della storia da cittadine, allestita alla Biblioteca Oriano Tassinari Clò dal 26 agosto al 15 settembre.
La mostra nasce da una call rivolta ad artiste contemporanee e riunisce 28 opere di 23 artiste. Il progetto, curato da Tiziana Gualandi e allestito insieme a Luisa Attimonelli, interpreta il passaggio alla cittadinanza politica come una conquista collettiva ma anche come l’inizio di un percorso ancora aperto. L’inaugurazione, il 26 agosto alle 18, sarà seguita dall’incontro Donna/artista nel XX secolo: finalmente un diritto, con le storiche dell’arte Anna Rita Delucca e Irene Manente.
Dal diritto di voto al diritto di essere ascoltate
Il passaggio dalla mostra al teatro è significativo. Se l’arte visiva ricostruisce la conquista dello spazio pubblico, la scena lo riempie di voci, corpi e conflitti contemporanei.
Il primo appuntamento all’Anfiteatro del Parco di Villa Spada, il 27 agosto, parte proprio dal linguaggio: Le parole dei femminismi, con Jennifer Guerra, attiviste di Non Una Di Meno Bologna, Beatrice Spallaccia e Rita Monticelli. L’idea è che nominare non sia un atto neutro: le parole possono rendere visibili esperienze, definire responsabilità, costruire appartenenze e mettere in discussione rapporti di potere. A seguire, Angela Malfitano porta in scena La romantica vita di Madame Rosà, meretrice a Parigi, dal romanzo La vita davanti a sé di Romain Gary.
La rassegna procede quindi per attraversamenti. Il 1° settembre La costruzione sociale del genere introduce Biografie di un abito, spettacolo di teatro e danza prodotto da Teatro delle Brame, nel quale il corpo e l’abito diventano strumenti per interrogare identità, memoria e stereotipi. La domanda non riguarda soltanto ciò che siamo, ma il modo in cui la società ci insegna a essere riconoscibili, accettabili, conformi.
È un tema che conduce naturalmente a quello del potere. Il 3 settembre Leadership delle donne nelle fedi mette a confronto esperienze e riflessioni sul ruolo femminile nelle istituzioni religiose; la serata prosegue con La papessa Giovanna, rilettura teatrale del personaggio leggendario che da secoli alimenta il confronto tra storia, mito e rappresentazione del potere femminile.
Quando la guerra entra nei corpi
È però l’8 settembre il passaggio più radicale della rassegna. La serata dedicata alle donne nelle guerre, dal mondo antico a quello contemporaneo, porta in primo piano una dimensione spesso marginale nelle narrazioni tradizionali dei conflitti: ciò che la guerra produce sui corpi, sulle comunità e sulle vite delle donne.
L’incontro con la storica Cinzia Venturoli e il grecista Alessandro Iannucci precede Troiane: donne in ogni guerra, produzione Youkali che intreccia Euripide e Seneca con Sartre, Simone Weil, Christa Wolf e Natalie Haynes. La drammaturgia di Simona Sagone non utilizza il mito come semplice repertorio classico: lo trasforma in uno strumento per interrogare la contemporaneità.
La scelta è politicamente rilevante perché modifica il tradizionale racconto della guerra. Non più soltanto eserciti, generali, territori conquistati e trattati, ma deportazioni, schiavitù, stupri, perdita della casa e distruzione dei legami sociali. Il corpo femminile diventa così uno dei luoghi nei quali il conflitto manifesta la propria dimensione di potere.
È un’operazione che riporta il teatro civile alla sua funzione più classica: non offrire risposte consolatorie, ma impedire che ciò che accade diventi invisibile attraverso l’abitudine. La stessa rassegna dichiara esplicitamente l’intento di utilizzare la scena per contrastare l’indifferenza e sottrarre la violenza alla normalizzazione.
Non soltanto donne: anche gli uomini dentro la trasformazione
Il 10 settembre Feminologica introduce un altro elemento importante: la riflessione sulla mascolinità. L’incontro Mascolinità tossica, con lo psicologo Andrea Fini del Centro LDV dell’Azienda USL di Bologna e Alessandro Tampieri di Maschile Plurale, sposta il discorso dalla condizione femminile ai modelli culturali attraverso i quali viene costruita l’identità maschile.
È un passaggio necessario se l’obiettivo è comprendere la violenza di genere non soltanto come fenomeno da contrastare nelle sue conseguenze, ma come questione culturale e relazionale. La discussione precede Briciole, monologo di Stefania Paternò sulle relazioni tossiche e sul narcisismo patologico.
In questa prospettiva, il femminile non viene presentato come un universo separato da proteggere, ma come un punto di osservazione dal quale mettere in discussione l’intero sistema delle relazioni.
Le migrazioni e l’altra faccia della cittadinanza
L’ultimo appuntamento, il 15 settembre, riporta la questione della cittadinanza al presente più concreto. Donne migranti oggi: diritto d’asilo, cittadinanza e lavoro affronta il modo in cui genere, origine, status giuridico e condizione economica possono sommarsi nella produzione di disuguaglianze. Al confronto partecipano Tiziana Dal Pra e Mimoza Shembitraku, con la moderazione di Jora Mato.
La serata si chiude con Per mille camicette al giorno: Donne migranti, donne in lotta, spettacolo tratto dal testo di Serena Ballista, con drammaturgia di Simona Sagone, interpretato da Simona Sagone e Sara Graci e accompagnato dalle musiche di Mirco Mungari. Il filo che collega memoria dell’emigrazione italiana e migrazioni contemporanee è esplicito: la storia non viene utilizzata per creare analogie facili, ma per interrogare la continuità di alcune condizioni — il lavoro, lo sfruttamento, la ricerca di sicurezza e dignità — attraverso generazioni e confini diversi.
Un luogo della memoria che torna a vivere
C’è infine un elemento che rende Feminologica particolarmente coerente con la storia di Bologna: il luogo.
Dal 27 agosto al 15 settembre gli appuntamenti si tengono nell’Anfiteatro del Parco di Villa Spada, in prossimità del Monumento alle 128 cadute partigiane della Provincia di Bologna. La scelta non è semplicemente logistica. La rassegna costruisce un passaggio ideale tra le donne della Resistenza, protagoniste della lotta di liberazione e della ricostruzione democratica, e le donne che oggi affrontano nuove battaglie per i diritti, la pace, il lavoro e la piena partecipazione alla vita pubblica.
È in questo cortocircuito fra memoria e presente che il titolo Donne al centro della storia acquista il suo significato più pieno. Mettere le donne al centro non significa sostituire una narrazione con un’altra, ma correggere una prospettiva storica rimasta a lungo parziale. Significa chiedersi chi ha avuto il diritto di raccontare, chi è stato ascoltato, quali esperienze sono entrate negli archivi e quali sono rimaste ai margini.
La nona edizione di Feminologica sembra partire proprio da questa consapevolezza: la cittadinanza conquistata nel 1946 non è un punto d’arrivo, ma una responsabilità permanente. Il voto ha aperto la porta dello spazio pubblico; il problema, ottant’anni dopo, è capire quanto quello spazio sia davvero accessibile, quanto le donne possano ancora determinare l’agenda collettiva e quanto le loro esperienze siano considerate parte della Storia, e non una sua nota a margine.
Anche per questo il programma non si limita alla rappresentazione. Talk e spettacoli si alternano ogni serata, con incontri alle 19 e spettacoli alle 21, trasformando Villa Spada in un luogo di discussione prima ancora che di intrattenimento. L’edizione 2026 dedica inoltre maggiore attenzione all’accessibilità; gli appuntamenti prevedono ingresso gratuito agli incontri e, per gli spettacoli, biglietti a prezzo ridotto per minori e persone con disabilità.
In una stagione culturale nella quale il rischio è spesso quello di trasformare le ricorrenze in celebrazioni autoreferenziali, Feminologica sceglie una strada diversa. Parte da un anniversario — gli ottant’anni dal voto — per arrivare alle domande che quell’anniversario non ha ancora chiuso: chi può parlare, chi può decidere, chi viene rappresentato, chi rimane fuori?
È, in fondo, una definizione possibile del teatro civile: non raccontare soltanto ciò che è accaduto, ma usare ciò che è accaduto per capire meglio ciò che sta accadendo.
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