Punti, reti, specchi, zucche e forme che si ripetono fino a ricoprire intere superfici. È questo il linguaggio immediatamente riconoscibile di Yayoi Kusama, una delle artiste più originali e influenti dell’arte contemporanea, capace di trasformare la ripetizione in una vera e propria visione del mondo.
La sua ricerca ruota attorno a un’idea centrale: l’infinito. Attraverso la moltiplicazione ossessiva di uno stesso elemento, Kusama mette in discussione i confini tra il corpo, lo spazio e ciò che lo circonda. Il singolo punto scompare nella superficie, la superficie si perde nell’ambiente e l’individuo finisce per diventare parte di un universo senza limiti.
Questa idea era già presente nelle sue prime grandi tele, le Infinity Nets, realizzate a partire dalla fine degli anni Cinquanta. Migliaia di piccoli gesti ripetuti costruiscono superfici apparentemente interminabili, dove non esiste un vero centro e nessun elemento sembra prevalere sugli altri. La pittura diventa così un esercizio quasi senza fine, ma anche una riflessione sulla percezione e sulla perdita dei confini.
È lo stesso principio che, molti anni dopo, troverà una delle sue espressioni più spettacolari nelle Infinity Mirror Rooms, gli ambienti rivestiti di specchi, luci e riflessi. Il visitatore entra in uno spazio che sembra moltiplicarsi all’infinito e perde progressivamente i propri punti di riferimento. Un’esperienza immersiva diventata un fenomeno globale, ma nata da una ricerca profonda sul rapporto tra individuo, universo e infinito.
Anche le zucche, uno dei soggetti più celebri della sua produzione, appartengono a questo universo. Kusama le ha trasformate in sculture monumentali, ricoperte di pois e caratterizzate da colori forti. Un oggetto quotidiano diventa così una forma quasi irreale, sospesa tra gioco e inquietudine. La stessa logica ritorna nelle sue installazioni, dove pareti, pavimenti e oggetti vengono ricoperti da motivi ripetuti fino a modificare completamente la percezione dello spazio.
La ripetizione, per Kusama, non è però soltanto una scelta estetica. È legata alla sua esperienza personale e alle visioni che raccontava di avere fin dall’infanzia. L’arte diventa uno strumento per dare una forma concreta a quelle ossessioni e trasformarle in un linguaggio universale.
Nel corso della sua lunga carriera ha attraversato pittura, scultura, installazione e performance, entrando in dialogo con le principali avanguardie del secondo Novecento. A New York, negli anni Sessanta, realizzò anche happening e azioni pubbliche contro la guerra e a favore dei diritti civili. La sua ricerca, dunque, era molto più ampia dell’immagine pop che l’avrebbe resa celebre molti anni dopo.
Il successo planetario è arrivato soprattutto negli ultimi decenni, grazie alle grandi retrospettive internazionali, alle collaborazioni con il mondo della moda e alla diffusione delle sue installazioni sui social network. I suoi pois sono diventati un’icona della cultura pop e le sue opere hanno raggiunto quotazioni elevatissime.
Ma dietro quell’immagine colorata, immediata e spettacolare rimane una ricerca complessa, costruita nell’arco di oltre settant’anni. Yayoi Kusama è morta a 97 anni, lasciando un’opera che continua a interrogare il nostro modo di percepire lo spazio, il corpo e l’identità. Un’arte capace di trasformare l’ossessione in forma, la ripetizione in infinito e una fragilità profondamente personale in un linguaggio riconosciuto in tutto il mondo.

