di Alessandra Mulliri
L’autrice di “Vorrei fosse sempre primavera” racconta un passato segnato da aggressioni, minacce e paura. La scrittura, la maternità e l’incontro con i giovani hanno trasformato la sua esperienza in un messaggio di consapevolezza e speranza.
Ci sono storie che per anni rimangono chiuse nel silenzio. Esperienze che si cerca di dimenticare, anche quando continuano a condizionare la vita di ogni giorno. Per Jenni Carboni, autrice di Vorrei fosse sempre primavera, raccontare la violenza subita ha significato tornare a confrontarsi con un passato doloroso, ma anche trovare, attraverso le parole, una strada per ricominciare.
Aveva appena 17 anni quando si è trovata ad affrontare una relazione segnata dalla violenza. Era lontana da casa, isolata, in un periodo in cui parlare di abusi e maltrattamenti era ancora più difficile di oggi. Nel suo racconto ci sono aggressioni, inseguimenti, minacce e persino una pistola puntata contro di lei. Ma c’è soprattutto il lungo percorso che l’ha portata a riconquistare la propria libertà.
La sua è una vicenda personale che si inserisce in una realtà molto più ampia. Secondo i dati Istat diffusi nel novembre 2025, circa 6,4 milioni di donne italiane tra i 16 e i 75 anni, pari al 31,9%, hanno subito almeno una forma di violenza fisica o sessuale nel corso della vita, a partire dai 16 anni.
Numeri che raccontano un fenomeno ancora profondamente radicato nella società italiana. Dietro le statistiche ci sono storie di paura, isolamento, silenzi, ma anche percorsi di consapevolezza e richieste di aiuto.
Per Jenni Carboni, il primo passo è stato tornare a scrivere.
«Vorrei fosse sempre primavera non è nato per essere un libro, ma uno sfogo, una presa di coscienza di quanto mi era accaduto tanto tempo prima».
Per anni aveva cercato di allontanare quei ricordi, costruendo all’esterno un’immagine di serenità che non corrispondeva a ciò che sentiva realmente. La scrittura, un tempo suo rifugio, era diventata troppo dolorosa.
«Respiravo; ma sopravvivevo, non vivevo. Recitavo serenità e allegria per mascherare il dolore».
A cambiare qualcosa è stata un’amicizia nata con una ragazza della Basilicata. Il loro rapporto, diventato nel tempo uno scambio di lettere, le ha permesso di cominciare a dare un nome a ciò che aveva vissuto. Attraverso quelle pagine ha ripercorso episodi che aveva cercato a lungo di tenere lontani dalla memoria.
Non è stato un cammino semplice. Ci sono stati momenti di interruzione, esitazioni e sofferenza. Poi, nel 2006, è arrivata la gravidanza, un passaggio decisivo nella sua vita.
«Se volevo creare quella piccola vita, dovevo prima rinascere io».
La nascita del figlio, già durante l’attesa, è diventata così una motivazione per portare avanti quel percorso di ricostruzione personale. La decisione di condividere pubblicamente la propria esperienza sarebbe arrivata soltanto in seguito. Nel 2011, dopo aver letto le sue lettere, un amico la incoraggiò a trasformarle in una testimonianza destinata anche ad altre donne.
Da quel percorso è nato Vorrei fosse sempre primavera, un libro che per la sua autrice rappresenta molto più di una pubblicazione. È il racconto di ciò che ha vissuto e, insieme, il tentativo di raggiungere chi si trova ancora dentro una situazione di violenza.
Oggi Jenni Carboni continua a parlare di questi temi, anche incontrando gli studenti delle scuole medie e superiori. È soprattutto alle nuove generazioni che guarda, convinta che la prevenzione debba partire dall’educazione e dalla capacità degli adulti di offrire modelli di relazione diversi.
«Parlare alle ragazze e ai ragazzi è e sarà la nostra salvezza», afferma, ricordando gli incontri nelle scuole e il bisogno dei giovani di potersi fidare degli adulti.
Un’urgenza confermata anche dai dati più recenti. Un fenomeno che evidenzia quanto sia importante intervenire precocemente, attraverso l’educazione al rispetto, il riconoscimento dei comportamenti violenti e la costruzione di relazioni sane.
La consapevolezza, però, non basta se non si traduce anche nella possibilità concreta di chiedere aiuto. Per Jenni, poter contare oggi su strumenti di ascolto e assistenza rappresenta una differenza fondamentale rispetto agli anni in cui ha vissuto la propria esperienza.
«Io avevo 17 anni, ero sola, lontana da casa, non esistevano i cellulari, e la violenza sulle donne era ancora un tabù».
Per questo insiste sull’importanza di non rimanere isolate, di parlare con le persone di fiducia e di rivolgersi ai centri antiviolenza. Un invito che nasce dalla consapevolezza di quanto possa essere difficile trovare una via d’uscita quando paura e minacce diventano parte della quotidianità.
Nella sua memoria resta anche uno degli episodi più drammatici, quello dell’arma puntata contro di lei. Un momento che ha raccontato nel libro e che oggi richiama non per cercare commozione, ma per ricordare quanto grave possa diventare una situazione di violenza e quanto sia importante non affrontarla da sole.
«Risvegliare animi è una missione».
È forse questa la frase che meglio riassume il senso del suo impegno: fare in modo che una storia dolorosa possa diventare occasione di riflessione per qualcuno, aiutare a riconoscere segnali di pericolo, incoraggiare una richiesta di aiuto.
Perché raccontare la violenza significa anche parlare della libertà di scegliere, della possibilità di ricostruire la propria vita e del diritto di vivere senza paura.
Il messaggio che Jenni Carboni vuole lasciare alle donne è semplice e diretto, e racchiude il senso del suo percorso: «Chiedete aiuto, siamo nate per la vita».
Per chi vive una situazione di violenza o stalking è disponibile il numero nazionale 1522, gratuito e attivo 24 ore su 24. In caso di pericolo immediato è possibile chiamare il 112.


