Di Virginia Nicoletti
C’è un modo tradizionale di narrare la storia, quello dei musei concepiti anzitutto come luoghi di conservazione, studio e presentazione di collezioni di opere d’arte e manufatti d’uso quotidiano sottratti al loro impiego e ricollocati in una griglia di date, provenienze e categorie, definita da autorità che selezionano, ordinano e custodiscono gli oggetti per offrirli al pubblico entro un racconto costruito. E poi c’è un modo intimo e concreto, quello dei centri culturali-musei territoriali, che, grazie alla dimensione “ravvicinata”, non chiedono di osservare una comunità da lontano.
È una differenza sostanziale che ho indagato e apprezzato sia dal punto di vista accademico, nel mio percorso di studi in ambito artistico e culturale, sia da quello pratico di chi ama viaggiare con sguardo attento, consapevole e rispettoso. I retaggi e i valori delle comunità locali costituiscono da tempo per me un ambito di particolare interesse, tanto che, ovunque mi trovi, dedico molta attenzione anche alle istituzioni culturali presenti, che, nella loro varietà, offrono esperienze diverse, soprattutto per il messaggio che trasmettono e per l’adesione emotiva che suscitano. Proprio su questo ho riflettuto quest’estate, durante un viaggio negli Stati Uniti nel quale ho visitato l’Alaska Native Heritage Center di Anchorage, un centro culturale indigeno e museo etnografico a carattere partecipativo, dedicato alla valorizzazione delle culture degli undici popoli nativi dell’Alaska.
Si tratta di un modello decisamente diverso rispetto a quello del museo etnografico “alla europea” – la cui genealogia è strettamente intrecciata con l’espansione occidentale, le missioni religiose, il commercio, le spedizioni scientifiche e la costruzione di gerarchie razziali -, in cui l’impronta lasciata dalla vita viva dell’”altro” rappresenta un capitolo minore della grande storia occidentale.
E si tratta anche di un esempio avanzato per molti centri culturali-musei territoriali visitati altrove, per i quali, a mio avviso, potrebbe essere d’ispirazione.
Purtroppo, non tutti questi soggetti coinvolgono attivamente, nella progettazione e nella vita delle loro attività, le persone che abitano i territori in cui nascono (gruppi indigeni e collettività, anziani, artigiani, artisti, scuole, associazioni, famiglie) come avviene invece ad Anchorage. In questo luogo magico, in cui è tangibile il preziosissimo e irrinunciabile apporto delle voci locali, ho vissuto un’esperienza di connessione profonda con il contesto culturale e geografico dell’Alaska, non solo per le testimonianze del passato che in esso sono raccolte, ma anche per la vitalità del presente e lo slancio verso il futuro, aspetti che qui si intrecciano in modo dinamico mediante l’offerta di esperienze di visita, racconti orali, laboratori, dimostrazioni, programmi educativi, ricostruzioni abitative, attività artistiche e molto altro ancora.
Un approccio, questo, che consente di tenere viva la trama di relazioni passate e odierne, in uno scambio che si rinnova senza sosta, e di accompagnare in modo autentico il visitatore a comprendere in che modo un paesaggio abbia plasmato un modo di relazionarsi, di abitare, di lavorare, di cucinare, di celebrare, di costruire e di parlare, e come tutto ciò si stia evolvendo nel tempo. Nel trasformarsi da semplici siti di raccolta in spazi di trasmissione, questi musei non custodiscono soltanto oggetti, ma preservano soprattutto domande. Chi ha usato questo oggetto? Perché ha questa forma? Quale sapere tecnico, familiare o collettivo nasconde? Che cosa resta di quella pratica nelle vite di oggi? Come cambierà domani?
Una cesta intrecciata, un arnese agricolo, un oggetto religioso o un abito cerimoniale non sono più, allora, semplici prove di un mondo concluso, ma diventano punti di contatto tra generazioni, strumenti attraverso cui gli abitanti possono continuare a raccontarsi. In questa prospettiva il centro-museo non parla più soltanto della comunità, ma parla con la comunità (e le lascia finalmente la parola): le collezioni possono essere non solo studiate, ma anche riattivate e messe in discussione; e le storie possono essere corrette, ampliate, raccontate in prima persona.
Siamo lontani dalla tradizione di molti musei coloniali metropolitani, costruiti anche attraverso l’acquisizione di oggetti sottratti o separati dai loro contesti d’origine e spesso esposti entro cornici esotizzanti, e siamo concettualmente distanti da molte realtà nate anche in tempi relativamente recenti.
L’Alaska Native Heritage Center di Anchorage è un monito di una verità essenziale per chiunque si occupi di cultura, o almeno lo è per me: nessun patrimonio – culturale o artistico che sia – è davvero “salvaguardato” finché resta separato dalle persone che gli danno un senso.


