La sesta edizione del Campus ha trasformato per una settimana il Convitto di Sorgono in uno spazio di formazione, incontro e scoperta del territorio. Un’esperienza che racconta come innovazione, patrimonio culturale e nuove generazioni possano diventare parte della stessa strategia di sviluppo per le aree interne.
SORGONO. C’è un modo di parlare delle aree interne che parte dalle distanze, dallo spopolamento e dai servizi che mancano. E ce n’è un altro che prova a partire da ciò che questi territori possiedono: luoghi, conoscenze, paesaggi, cultura, produzioni, comunità. La sesta edizione del Campus della Longevità, ospitata nel Convitto di Sorgono, ha scelto nei fatti questa seconda prospettiva.
Per una settimana ragazze e ragazzi provenienti da diverse realtà hanno vissuto nel cuore del Mandrolisai un’esperienza che ha unito formazione, sostenibilità, innovazione e conoscenza del territorio. Il Campus, promosso dalla Fondazione ITS Blue Zone con il contributo della Fondazione di Sardegna, ha portato a Sorgono un modello educativo nel quale la longevità non viene considerata semplicemente come un dato anagrafico, ma come punto di partenza per ragionare su benessere, alimentazione, qualità della vita, ambiente e possibilità di sviluppo. Sono temi che rientrano nella stessa missione della Fondazione, nata per valorizzare gli elementi identitari delle aree Blue Zone mettendoli in relazione con formazione e innovazione.
Ma proprio il luogo scelto per l’edizione 2026 ha aggiunto all’esperienza un significato ulteriore.
Quando il territorio diventa parte della formazione
Il Mandrolisai non ha fatto semplicemente da scenario al Campus. Ne è diventato, in qualche modo, uno degli strumenti didattici.
La Comunità Montana Gennargentu Mandrolisai ha infatti affiancato all’iniziativa un programma specifico di accoglienza territoriale, pensato per avvicinare i partecipanti alle realtà economiche, sociali e culturali locali. L’intervento risulta formalmente attivato dall’ente proprio nell’ambito del Campus della Longevità 2026.
È un aspetto tutt’altro che secondario. Per conoscere un territorio non basta descriverlo: occorre attraversarlo, incontrarne le persone, comprenderne i mestieri e le produzioni, riconoscere il legame che esiste tra paesaggio e forme di vita. Da questo punto di vista, il Campus ha offerto ai giovani la possibilità di guardare al Mandrolisai non come a una periferia geografica, ma come a un luogo nel quale cultura, economia e qualità della vita continuano a essere profondamente intrecciate.
Qui la cultura non coincide soltanto con i monumenti. È nelle tradizioni produttive ed enogastronomiche, nei saperi tramandati, nei paesi, nella relazione con l’ambiente e in un patrimonio archeologico che racconta una frequentazione del territorio lunga millenni.
A pochi chilometri da Sorgono, per esempio, Biru ‘e Concas custodisce uno dei più importanti complessi megalitici del Mediterraneo, con circa duecento menhir distribuiti tra boschi e radure. Il territorio sorgonese conserva inoltre nuraghi, tombe di Giganti e altre testimonianze preistoriche. È un patrimonio che rende evidente quanto la storia di queste comunità sia stratificata e quanto la dimensione culturale possa rappresentare, se resa accessibile e raccontata, una leva concreta di conoscenza e attrattività.
Il Convitto come infrastruttura per il territorio
Al centro dell’esperienza c’è stato però soprattutto il Convitto di Sorgono.
La sua apertura estiva per ospitare il Campus ha permesso di sperimentare un utilizzo più ampio di una struttura pubblica che la Comunità Montana considera strategica per il futuro dell’offerta formativa e dell’accoglienza del comprensorio.
«Il Convitto – afferma il presidente della Comunità Montana Gennargentu Mandrolisai, Alessandro Corona – diventa un elemento territoriale polifunzionale che aggiorna la propria offerta grazie alla straordinaria apertura estiva realizzata per accogliere le ragazze e i ragazzi del Campus della Longevità. Questa esperienza dimostra come una struttura pubblica possa essere valorizzata durante tutto l’anno, mettendosi al servizio della formazione, dell’ospitalità e della crescita del territorio».
La questione è importante perché riguarda un tema che accomuna molte aree interne: come dare nuove funzioni agli spazi già esistenti.
Riattivare un edificio pubblico non significa soltanto mantenerlo aperto. Significa fare in modo che torni a produrre relazioni, servizi, presenze e opportunità. Nel caso del Convitto, la scommessa è trasformare una struttura nata con una funzione precisa in un presidio capace di ospitare anche campus, percorsi formativi, scambi e iniziative durante periodi diversi dell’anno.
«Il Campus – prosegue Corona – si inserisce pienamente nelle azioni che la Comunità Montana sta portando avanti per dare nuova vita a un servizio destinato a diventare il perno della futura offerta formativa del nostro comprensorio. Vogliamo costruire un modello capace di attrarre giovani, creare opportunità e rafforzare il ruolo delle aree interne come luoghi nei quali investire, studiare e progettare il proprio futuro».
Cultura e innovazione non sono due direzioni opposte
È forse proprio questo uno degli elementi più interessanti lasciati dall’esperienza di Sorgono: avere messo nello stesso spazio radici e innovazione.
Spesso il racconto delle aree interne oscilla tra due estremi. Da una parte la conservazione nostalgica delle tradizioni; dall’altra l’idea che per innovare occorra necessariamente allontanarsi dai territori e dai loro caratteri originari. Esperienze come il Campus suggeriscono invece una terza possibilità: partire dalle specificità locali per produrre nuove conoscenze, competenze e opportunità.
La longevità stessa ne è un esempio. È un fenomeno legato alla Sardegna che richiama alimentazione, ambiente, relazioni sociali e stili di vita, ma che può essere affrontato anche attraverso la ricerca, le tecnologie, la formazione e nuovi modelli imprenditoriali. Non si tratta dunque di scegliere tra memoria e futuro, ma di capire come rendere contemporaneo ciò che un territorio ha costruito nel tempo.
In questo senso anche la cultura può assumere un ruolo diverso. Non soltanto qualcosa da proteggere o mostrare al visitatore, ma una competenza territoriale: sapere raccontare un paesaggio, riconoscere il valore di una produzione, comprendere un sito archeologico, mantenere vivi saperi e tradizioni e, contemporaneamente, trovare linguaggi nuovi per trasmetterli.
È una prospettiva particolarmente importante quando i destinatari sono i giovani.
Far conoscere le aree interne prima ancora di chiedere ai giovani di sceglierle
«Grazie alle attività organizzate dalla Comunità Montana – sottolinea Corona – le ragazze e i ragazzi hanno potuto conoscere il territorio sotto il profilo sociale, culturale, economico ed enogastronomico. Puntiamo a stimolare la loro curiosità attraverso l’incontro con alcune delle nostre eccellenze, affinché possano cogliere l’essenza di una Sardegna capace di offrire opportunità di crescita partendo proprio dalle sue aree interne e dalle specificità delle zone montane».
C’è un punto, nelle parole del presidente, che merita attenzione. Se si vuole che le nuove generazioni considerino le aree interne come luoghi nei quali sia possibile studiare, lavorare o costruire un progetto di vita, occorre prima di tutto creare occasioni per conoscerle in maniera diversa.
Un Campus di pochi giorni, naturalmente, non può invertire da solo dinamiche demografiche e sociali costruite in decenni. Sarebbe eccessivo attribuirgli questo compito. Può però intervenire su un altro piano: quello della percezione.
Portare giovani nel Mandrolisai, farli vivere all’interno di una struttura del territorio e metterli in relazione con amministratori, imprese, associazioni, produttori e comunità locali significa offrire loro un’immagine diversa delle zone interne. Non territori definiti soltanto da ciò che manca, ma luoghi nei quali esistono risorse, conoscenze e possibilità ancora da sviluppare.
Ed è proprio su questa capacità di cambiare lo sguardo che iniziative di questo tipo possono produrre un risultato duraturo.
Un Campus che lascia una domanda aperta
La collaborazione tra Fondazione ITS Blue Zone, Fondazione di Sardegna, Comunità Montana Gennargentu Mandrolisai e rete territoriale ha quindi trasformato l’edizione di Sorgono in qualcosa di più di un appuntamento formativo. La stessa Fondazione ha sottolineato il ruolo svolto dagli enti locali e dalle realtà del territorio nella realizzazione della sesta edizione.
Concluso il Campus, rimane soprattutto una domanda: cosa accade se esperienze come questa smettono di essere episodiche e diventano parte di una strategia permanente?
Il Convitto potrebbe ospitare altri percorsi formativi; il patrimonio culturale potrebbe entrare sempre più spesso nei programmi rivolti agli studenti; imprese, artigiani, produttori e associazioni potrebbero diventare interlocutori abituali della formazione. In questo modo la conoscenza del territorio non sarebbe un’attività collaterale, ma parte integrante dell’apprendimento.
La settimana vissuta a Sorgono non offre da sola una risposta definitiva. Offre però un’indicazione: nelle aree interne innovare può significare anche rimettere in circolo ciò che già esiste. Un edificio pubblico, un patrimonio millenario, i saperi di una comunità, la qualità dell’ambiente e, soprattutto, la presenza dei giovani.
Ed è forse proprio da questo incontro tra persone, cultura e luoghi che il Mandrolisai può provare a costruire una parte del proprio futuro.

