di Virginia Nicoletti
Nell’incantevole Amsterdam, ha sede la più grande collezione al mondo dedicata a Vincent Van Gogh, composta da più di duecento dipinti e centinaia di disegni e lettere. Davanti al grande prato del Museumplein, il Van Gogh Museum si presenta essenziale, quasi a non voler adombrare ciò che custodisce: la vita di Vincent, le persone che ne hanno fatto parte, il senso della sua pittura e le ombre difficili, ma attualissime, della sua malattia mentale.
Questo museo ha origini lontane, con Theo, il fratello di Vincent, che dopo la morte del pittore avvenuta nel 1890, ne eredita tutti i quadri per poi lasciarli, a propria volta, alla moglie Johanna, che li custodisce, espone, fa circolare, contribuendo in modo decisivo alla sua fama postuma. Più tardi la collezione viene ereditata dal figlio Vincent Willem, che dapprima la presta allo Stedelijk Museum e infine, negli anni Sessanta, insieme allo Stato olandese, rende possibile la nascita di questo museo.
Varcandone la soglia ho avuto la sensazione di entrare in una biografia raccontata per immagini. Le pareti, i pannelli, le luci sono organizzati in modo da seguire passo passo la storia artistica ed umana di colui che è il principale esponente del postimpressionismo olandese, raccontandone l’esistenza – segnata da fallimenti ed incomprensioni – e le fragilità personali, in un percorso che va dagli anni olandesi, scuri e terrosi, ai periodi di Parigi ed Arles, dal ricovero a Saint-Rémy, all’urgenza espressiva ed introspettiva del periodo di Auvers-sur-Oise, in una successione cronologica che permette al visitatore di seguire simultaneamente l’evoluzione del linguaggio pittorico e il progressivo logorarsi della salute mentale di questo straordinario artista, che lo portò a soli trentasette anni, povero e non capito, al suicidio.
A Van Gogh viene attribuita una combinazione di problemi, come disturbi dell’umore (probabilmente un disturbo bipolare o una grave depressione con fasi di eccitazione) e possibili crisi epilettiche del lobo temporale. I documenti medici dell’epoca riferiscono di episodi di confusione, allucinazioni visive e uditive, sensazioni di persecuzione, periodi di mutismo e collassi nervosi alternati a fasi di creatività intensa ed esplosiva.
Benché sia importante evitare il rischio di romanticizzare e trasformare la malattia di Van Gogh nell’unica e “vera” fonte del genio (le sue opere sono anche il frutto di studio, pratica, letture, tentativi, errori), in un certo senso, una parte della sua ricchissima produzione sembra il riflesso tangibile delle sue sofferenze. La sua pittura non pare mai un esercizio di stile ma, piuttosto, una “pagina di diario” scritta con pennellate, spessori di colore – saturazioni altissime, contrasti complementari e toni simbolici – e incastri di luce e ombra. I cipressi che si contorcono come fiamme scure, i cieli in movimento, spiraliformi, le colline che si piegano in onde, i campi di grano sferzati dal vento, sono racconti visivi in cui il confine tra natura e psiche si dissolve, ed in cui il paesaggio non costituisce più un luogo esterno, ma la traduzione pittorica di un mondo interiore non pacificato e sempre più sfuggente. Un intimo universo che si manifesta grazie all’arte, l’unico ponte diretto tra mondo interno ed esterno.
Oggi, in un contesto in cui i disagi vengono discussi molto più apertamente e senza stigma (depressione, ansia, disturbi bipolari, dipendenze) la storia di Van Gogh viene spesso riletta in chiave contemporanea. È come un monito che ci ricorda che il peso dei disturbi mentali non si risolve in etichette astratte, ma in condizioni concrete che toccano il lavoro, le relazioni, la vita quotidiana. Il dialogo silenzioso che si crea davanti ai suoi quadri appare sorprendentemente attuale e capace di mostrare che anche in mezzo al caos interiore è possibile cercare una “forma” attraverso cui far arrivare agli altri un frammento della propria verità.







