di Virginia Nicoletti
Pochi giorni fa ci ha lasciato Francesco Guccini, una delle voci più profonde e riconoscibili della canzone d’autore, capace di costruire testi di grande forza letteraria, grazie anche a un linguaggio sapiente ma vicino alla vita quotidiana.
Il ricordo indelebile di questo poliedrico artista – cantautore, scrittore, attore, autore di fumetti e studioso della lingua e dei dialetti – e l’omaggio a lui dovuto ci offrono l’occasione per riflettere sulla tradizione culturale di cui è stato tra gli interpreti più autorevoli.
Il cantautorato italiano, in cui le sue “parole musicate” sono diventate una misura di confronto per chiunque abbia cercato nella canzone profondità narrativa, autenticità e impegno, non è mai stato soltanto un genere musicale, ma un modo di attribuire gravità alle parole, per raccontare una vita, prendere posizione, mettere in dubbio un costume collettivo, o semplicemente elaborare un dolore fino a quel momento innominabile.
Benché i primi tentativi di rinnovamento musicale, risalenti alla fine degli anni Cinquanta, ambissero solo ad allontanarsi dalle formule sentimentali più convenzionali e dalle sonorità ereditate dal periodo prebellico, la storia di questo genere ha finito per legarsi indissolubilmente alle trasformazioni della società italiana, più che alle vicende dell’industria discografica. In particolare, essa ha preso a riflettere proprio i cambiamenti del dopoguerra – come la crescita economica, le migrazioni interne, le lotte politiche e la secolarizzazione –, la nascita di nuove forme di solitudine urbana e, infine, la frammentazione che caratterizza il presente.
La prima “crepa” del modello dominante fu rappresentata da Domenico Modugno che, pur non essendo un cantautore nel senso che il termine ha poi assunto in seguito, con l’esplosione di “Nel blu dipinto di blu”, contribuì a liberare il cantante dall’immagine dell’esecutore impeccabile di melodie già confezionate. A questa iniziale frattura seguirono altre esperienze artistiche anticipatrici, alcune più critiche nei confronti delle logiche della discografia dell’epoca, come quella del collettivo torinese “Cantacronache”, altre dedicate alla ricerca e alla valorizzazione del patrimonio orale e popolare, come quella del “Nuovo Canzoniere Italiano”.
Tuttavia, i poli simbolici delle origini del cantautorato in senso stretto furono le cosiddette “scuole” di Genova e di Milano, reti informali di artisti legati da amicizie, collaborazioni e riferimenti culturali condivisi che, nonostante fossero l’espressione di mondi lontani, sono state guidate dallo stesso bisogno di affrancare la canzone dalla pura evasione.
Da una parte il contesto ligure, segnato da figure come Fabrizio De André, Luigi Tenco, Gino Paoli, Umberto Bindi e Bruno Lauzi, la cui geografia raccolta ha agevolato un modo di scrivere intimo, quasi a bassa voce. Dall’altra la Milano industriale del boom economico e dell’alienazione urbana, temi cardine del teatro-canzone di Giorgio Gaber, delle narrazioni stralunate di Enzo Jannacci e della satira pungente di Dario Fo.
Tra gli anni Sessanta e Ottanta, la mappa del cantautorato italiano si ampliò ulteriormente, fino a ridisegnare la scena nazionale. È questo il periodo in cui si consolidano circoli eletti come quello di Roma, con Francesco De Gregori, Antonello Venditti e Claudio Baglioni, quello maturato lungo la via Emilia, trainato dalla narrazione di Guccini, dalle invenzioni trasversali di Lucio Dalla e dall’impegno di Pierangelo Bertoli, quello di Napoli, segnato da figure dalla forte visceralità mediterranea come Pino Daniele e i fratelli Bennato, e quello siciliano, culla del percorso esoterico di Franco Battiato.
Sfortunatamente, per molto tempo, la storia del cantautorato è stata raccontata prevalentemente attraverso la prospettiva maschile dell’autore-intellettuale, legato a canzoni considerate “serie”, colte e spesso segnate da un tono severo. Le figure femminili sono state relegate a lungo al riduttivo ruolo di semplici esecutrici, lettura però smentita dalla forza dirompente di artiste come Mia Martini, Gabriella Ferri, Teresa De Sio, Giuni Russo, Loredana Bertè, fino ad arrivare a Carmen Consoli e Ornella Vanoni, interpreti-autrici che hanno dimostrato quanto l’atto performativo possa essere una vera e propria forma di scrittura d’autore.
Con l’arrivo degli anni Ottanta e Novanta il modello delle “scuole” territoriali si è progressivamente sfaldato, lasciando spazio a continue contaminazioni con il rock, il pop sintetico, l’hip hop e, all’inizio del nuovo millennio, con il circuito indipendente. Il cantautorato ha smesso di essere un movimento compatto ed è diventato un tessuto diffuso di club, etichette indipendenti e micro-scene locali. Nel contesto attuale, segnato dallo streaming, da logiche di consumo rapidissime e da sonorità elettroniche, la canzone d’autore ha senz’altro perso la centralità quasi egemonica di un tempo, eclissandosi in una sorta di zona di nicchia. Eppure, la sua ragion d’essere rimane intatta: saper intercettare il disorientamento del presente e trasformare una vicenda personale in uno spazio in cui è possibile riconoscersi. Più che scomparire, quindi, l’idea stessa di autore si è semplicemente ridefinita, trovando altre strade e altri linguaggi per farsi ascoltare.


