di Virginia Nicoletti
Quest’anno gli U2 festeggiano cinquant’anni di ininterrotto sodalizio, durante il quale, quattro ragazzi irlandesi, sono passati da suonare a casa del loro batterista a essere una band che, dal loro debutto con l’album “Boy” del 1980, non ha mai smesso di occupare un posto importante nella scena musicale internazionale. Per festeggiare il mezzo secolo sono tornati a suonare nella scuola di Dublino dove tutto ha avuto inizio e, per l’occasione, in città sono arrivati fan da diversi Paesi, anche per incontrarsi tra loro. È un dettaglio che dice molto degli U2, perché conferma il loro incarnare un fenomeno sociale che crea comunità e porta la propria voce anche fuori dalla musica.
La storia comincia il 25 settembre 1976. Il batterista Larry Mullen Jr. cerca musicisti attraverso un annuncio scolastico e in risposta alla chiamata si presentano, tra gli altri, Paul Hewson – Bono Vox (voce), David Evans – The Edge (chitarra) e Adam Clayton (basso).
All’inizio nella loro musica c’è l’urgenza del post-punk, poi tutto cresce insieme al complicarsi delle domande, si apre progressivamente alle tensioni del mondo, passando dall’adolescenza alla fede, ai conflitti, alla responsabilità verso gli altri. La traiettoria del successo, però, non è una salita senza deviazioni. Con “The Joshua Tree”, album del 1987 che li consacra tra i protagonisti del rock mondiale, gli U2 sembrano avere trovato la loro formula definitiva in canzoni capaci di trasformare una ricerca personale in un’esperienza condivisa. Eppure, pochi anni dopo, nel 1991, decidono di metterla in discussione con “Achtung Baby”, che cambia l’acustica e l’immagine della band: il sound si fa più scuro, i testi si riempiono di contraddizioni e Bono indossa i panni della rockstar eccessiva, facendo dell’ironia un modo per interrogare il proprio ruolo.
La svolta prosegue sul palco con il tour “Zoo TV”, che trasforma il concerto in uno spettacolo sul potere dei media, e nei dischi successivi, dove elettronica e ritmi dance spingono la band lontano dal rock degli esordi. È solo nel 2000, con “All That You Can’t Leave Behind”, che gli U2 tornano a una scrittura più essenziale, senza però cancellare le esperienze del decennio precedente.
A tenere insieme queste trasformazioni ci sono due elementi costanti: un suono riconoscibile – costruito intorno alla chitarra di The Edge e alla voce inconfondibile di Bono -, che pur arricchendosi di contaminazioni gospel, influenze americane, suggestioni elettroniche e ritmi dance, conserva una delle sue firme nel “delay” (un effetto sonoro che permette anche a un fraseggio semplice di acquistare ampiezza e profondità), e l’attitudine a coinvolgere il pubblico, anche quando i brani raccontano un’incertezza o non si condivide ogni convinzione di chi li ha scritti.
Forti della posizione privilegiata in cui si sono venuti a trovare per la notorietà acquisita, sin dalla metà degli anni Ottanta gli U2 decidono di portare la dimensione collettiva, che tanto li contraddistingue, fuori dal concerto, con esiti non sempre del tutto positivi per l’immagine della band. È il caso, ad esempio, degli importanti obiettivi raggiunti da Bono – diventato un interlocutore politico per cercare decisioni concrete su temi quali il debito dei Paesi poveri, l’AIDS e l’accesso alle cure -, che hanno contemporaneamente sollevato dubbi sulla coerenza tra messaggio “umanitario” e gestione discrepante degli affari della loro imponente macchina commerciale. O ancora, nel 2014, quando hanno distribuito gratuitamente “Songs of Innocence”, aggiungendolo automaticamente agli account iTunes, in uno slancio di generosità (od operazione pubblicitaria), causando in una parte del pubblico proteste per quell’atto, percepito come un’invasione che ha finito per oscurare le canzoni e il desiderio di condivisione che le accompagnava.
Tra ambizioni collettive e contraddizioni, resta però la musica il terreno su cui gli U2 hanno continuato, e continuano, a ridefinire il rapporto con il pubblico, anche tornando a rileggere il proprio passato senza però limitarsi a ripeterlo. Come hanno fatto nel 2023, rivisitando in versioni più raccolte – spesso acustiche – quaranta canzoni del loro repertorio (confluite nell’album “Songs of Surrender”), e dando il via ai concerti residenziali a Las Vegas con il progetto “U2:UV Achtung Baby Live at Sphere”, esperienza che ha portato la band a esibirsi dentro una cornice tecnologicamente avveniristica, con i brani di “Achtung Baby” al centro dell’esperienza.”
Il cinquantenario li trova invece radicati nel presente, con lo sguardo rivolto al futuro. Quest’anno la band ha già pubblicato gli EP “Days of Ash” ed “Easter Lily” e ha annunciato “Carnaval De Luz”, in uscita il 13 novembre. L’anniversario si inserisce così in un percorso ancora in divenire: una tappa da cui proseguire, non un approdo definitivo.


