di Federica Cannas
Due uomini sono fermi su una strada. Aspettano qualcuno. Quel qualcuno non arriverà. Non oggi, non domani, forse mai. Eppure i due restano lì. Si annoiano, litigano, si dimenticano tutto, ricominano. “Bene. Andiamo” dice uno. “Sì, andiamo” risponde l’altro. E non si muovono.
Aspettando Godot, scritto da Samuel Beckett tra il 1948 e il 1949, è questo e niente di più. Eppure settant’anni dopo continua a girare per i teatri del mondo come se avesse qualcosa di urgente da dire.
Beckett era irlandese, viveva a Parigi, aveva fatto la Resistenza contro i nazisti e ne era uscito con qualcosa di rotto dentro o forse di finalmente lucido. Aveva capito una cosa che la sua epoca faceva fatica ad ammettere e che la nostra fa finta di non vedere. Buona parte della vita umana è attesa. Non attesa di qualcosa di preciso. Attesa strutturale. L’attesa come modo di esistere.
Chi è Godot? Beckett non lo disse mai. “Se lo sapessi, lo avrei scritto nell’opera”, rispondeva a chi insisteva. Dio, forse, God con un suffisso francese storpiato. La morte. Il senso. La felicità. La rivoluzione. L’amore. La versione migliore di noi stessi che arriverà quando finalmente cambieremo.
Nel 2025, Godot ha mille nomi e tutti li conosciamo bene. È la notifica che non arriva. È il messaggio che non ha ricevuto risposta. È la startup che decollerà, l’intelligenza artificiale che risolverà tutto. È il momento in cui ci sentiremo finalmente a posto. Domani. O dopodomani.
Ciò che Beckett aveva intuito, e che risulta quasi insopportabilmente preciso oggi, è che l’attesa si riproduce. Non appena arriva quello che aspettavamo, siamo già in attesa del qualcosa successivo. Il secondo atto di Godot è quasi identico al primo. Stessa strada, stessi personaggi, stesso messaggero che dice che Godot non verrà oggi ma domani sì. L’unica differenza è che l’albero spoglio del primo atto ha qualche fogliolina. Il cambiamento più piccolo del mondo. Quasi niente. Eppure è qualcosa.
Beckett non era ottimista. Ma non era nemmeno disperato nel senso passivo del termine. Era qualcosa di più interessante. Era onesto. E l’onestà, oggi, è diventata una delle risorse più rare. Onestà su quanto siamo fragili, su quanto aspettiamo cose che non arrivano, su quanto le nostre vite assomiglino più a una beckettiana attesa di cui non conosciamo il finale, che a una narrazione eroica con senso e direzione.
Non c’è Godot. O meglio, se c’è, non dipende da noi farlo arrivare.
Quello che rimane, alla fine dell’opera, e alla fine di ogni giornata, è la compagnia. Vladimir ed Estragon non sanno chi sono, non ricordano ieri, non vedono domani. Ma sono insieme. E forse, suggerisce Beckett con la discrezione di chi non vuole sembrare sentimentale, forse questo basta. Forse è tutto.


