di Virginia Nicoletti
Ci sono storie che non hanno bisogno di effetti speciali per sembrare esagerate. Storie che cominciano come operazioni di prestigio, falliscono clamorosamente, continuano come silenzi imbarazzati e finiscono per trasformarsi in lezioni di pazienza, di tecnica e, soprattutto, di memoria. Storie in cui il tempo non cancella, ma conserva e restituisce miracolosamente.
Quella del Vasa è una di queste.
Negli anni Venti del Seicento il re di Svezia Gustavo II Adolfo decide di impressionare il mondo zittendo chiunque osi mettere in dubbio la potenza del suo regno e, per farlo, opta per qualcosa che parli di forza e grandezza, ancora prima di sparare un colpo di cannone!
Nasce così il Vasa, un vascello da guerra costruito tra il 1626 e il 1628 nei cantieri di Stoccolma, sotto la guida del maestro d’ascia Henrik Hybertsson. È una nave enorme per gli standard dell’epoca: un profilo slanciato, una selva di alberi e sartie, due ponti di batteria, 64 cannoni e una specie di “graphic novel” scolpita e appiccicata alle fiancate, composta da centinaia di sculture lignee coloratissime e dorate che raccontano virtù, alleanze, miti e ambizioni imperiali.
Il 10 agosto 1628 la gente si accalca sul porto per assistere al varo della nuova ammiraglia. Sotto gli occhi di funzionari, diplomatici e curiosi, il Vasa lascia l’ormeggio, viene trainato fuori, spara alcune cannonate a salve. Tutto sembra essere sotto controllo, poi la nave esce dal riparo delle colline e prende una raffica di vento. S’inclina su un fianco, si raddrizza, poi s’inclina di nuovo, questa volta molto più del previsto, consentendo all’acqua di entrare dai portelli inferiori rimasti aperti; il tempo di realizzare cosa sta succedendo, e si sta già riempiendo come una vasca da bagno. Nel giro di pochi minuti affonda a circa 30 metri di profondità, davanti allo sguardo incredulo di tutta la città, causando la morte di circa una trentina di persone. L’indagine che ne segue dimostra che la ricerca di spettacolarità estetica e bellica voluta dal Re, sprezzante degli avvertimenti degli ingegneri, ha fatto sì che il baricentro del Vasa fosse spostato verso l’alto, con conseguente alterazione degli equilibri.
Recuperati soltanto i cannoni di bronzo, il Vasa viene abbandonato per oltre tre secoli sul fondo del Mar Baltico, a pochi minuti di navigazione dal centro di Stoccolma, una città che nel frattempo si trasforma fino a dimenticarne l’esistenza. Nell’agosto del 1956 il relitto viene individuato da Anders Franzén, ingegnere svedese appassionato di storia navale. Le particolari condizioni dell’ambiente portuale l’hanno ben conservato, tanto da apparire in gran parte integro nella struttura principale, mentre gli elementi più fragili, come alberi, decorazioni e parti sporgenti, sono crollati, depositandosi nel fango.
Si decide quindi di riportarlo alla luce e, il 24 aprile 1961, grazie a un ingegnoso piano elaborato congiuntamente da Stato, Marina e diversi enti, il galeone riaffiora, con il legno sorprendentemente intatto e l’interno colmo di uno spesso strato di sedimenti, oggetti e resti umani, tutti mescolati tra loro.
Terminato il “grande restauro” protrattosi per oltre trent’anni, e dopo esser stato alloggiato in una struttura provvisoria chiamata Wasavarvet, dall’inizio degli anni Novanta il Vasa è visibile presso un museo costruito ad hoc a Djurgården, nei vecchi cantieri di Galärvarvet. Il concorso di progettazione viene vinto dagli architetti Göran Månsson e Marianne Dahlbäck, che escogitano di usare una vecchia darsena in muratura come culla per la nave e costruirci sopra un edificio che la avvolge, con passerelle a vari livelli per poterla guardare dal basso fino alla linea degli alberi e strutture che spuntano dal tetto evocando proprio i suoi tre alberi maestri, trasformando così lo stesso vascello in parte dello skyline di Stoccolma.
A completare il quadro è l’esposizione dei reperti rinvenuti insieme al galeone, testimonianze che fanno del Vasamuseet un autentico archivio tridimensionale della vita quotidiana a bordo di una nave da guerra imperiale svedese e un museo che, per la sua unicità, merita da solo il viaggio a Stoccolma.
In pratica, la storia del Vasa è la “versione Seicento” di un “mega lancio” andato malissimo. Oggi sappiamo che in questa vicenda non c’è nulla di assurdo, ma qualcosa di profondamente umano. Ed è forse anche proprio per questo che il Vasa continua ad affascinare e a richiamare così tanti curiosi al suo cospetto: perché, oltre a raccontare di una nave che è un unicum, la verità dei fatti racconta le nostre ambizioni e la lenta, ostinata capacità del tempo di rimetterle nella giusta prospettiva.


