di Virginia Nicoletti
Palazzo delle Paure di Lecco ospita fino al 27 settembre “Hokusai. Il segreto dell’Onda che attraversa l’Europa”, esposizione prodotta e realizzata da ViDi cultural e Ponte43, in collaborazione con il Comune di Lecco e il Sistema Museale Urbano Lecchese. La mostra è dedicata a Katsushika Hokusai (1760–1849), maestro spesso raccontato come il lirico interprete della natura giapponese, capace di catturare l’istante fuggente del “mondo fluttuante” con la spontaneità tipica dell’ukiyo-e, spesso considerata una delle quintessenze della sensibilità visiva nipponica, le cui opere sono qui indagate da una prospettiva inedita, centrata sulla sua costruzione geometrica dell’immagine.
La selezione di lavori in mostra a Lecco nel percorso curato da Paolo Linetti, documenta l’evoluzione stilistica di Hokusai, fondata sull’osservazione scientifica della natura e sulla sua trasfigurazione in forme universali. Al tempo stesso svela l’affascinante tesi, formulata dal curatore stesso, che il suo incredibile successo in Occidente sia proprio dovuto all’adozione di codici compositivi e principi armonici sorprendentemente vicini ai nostri canoni classici – proporzioni ferree prossime al rettangolo aureo, nodi strutturali precisi, sofisticati bilanciamenti delle masse e studiate tensioni contrapposte.
Il percorso espositivo, composto da 75 opere, di cui 43 firmate direttamente dal maestro, ha come fulcro “Sotto l’onda al largo di Kanagawa” (l’iconica “Grande Onda”), xilografia realizzata intorno al 1830 come parte della serie “Trentasei vedute del Monte Fuji”, esempio lampante del suo peculiare sistema rappresentativo. Dietro la spuma artigliata dell’acqua e la silhouette della montagna sullo sfondo si nasconde un rigoroso impianto scientifico, costituito da una complessa struttura visiva basata su calcoli geometrici, simmetrie occulte e un dialogo sotterraneo con le scienze matematiche e la prospettiva occidentale. La raffinatezza architettonica del dipinto risiede nel contrasto tra le forme che lo popolano. Al centro del vortice si staglia, immobile e minuscolo, il Monte Fuji, rappresentato come un triangolo equilatero perfetto, contrapposto alla mutevolezza distruttiva della spirale marina. Hokusai sorprendentemente inverte le proporzioni reali dei suoi soggetti, dipingendo l’onda effimera come gigantesca, e la montagna eterna come un piccolo frammento, finendo così per stabilire un nuovo ordine spaziale, regolato dalla conformazione della pagina.
Tale singolarità si deve al fatto che durante l’epoca Edo, mentre i pittori tradizionali privilegiavano una linea modulata basata esclusivamente sulla destrezza calligrafica del pennello, Hokusai entrò in contatto con i trattati di pittura prospettica ed elementi geometrici europei, sviluppando anche un’autentica ossessione per gli strumenti di precisione associati al lavoro manuale di carpentieri e architetti, come riga e compasso.
Questa maturazione emerge con chiarezza nel manuale didattico del 1812, “Ryakuga haya oshie” (“Breve guida al disegno semplificato”), in cui espose l’idea rivoluzionaria secondo cui tutte le cose, nel loro principio fondamentale, traggono origine dal quadrato e dal cerchio. Scomposizione che non è un semplice espediente per facilitare il disegno, ma una vera e propria dichiarazione filosofica: la natura, per quanto appaia caotica, è governata da leggi geometriche immutabili.
Ma la coesistenza di elementi schematici nelle sue opere assolve anche a una funzione meditativa, legata al pensiero buddista dell’impermanenza. La forma geometrica stabile – che sia il triangolo del Fuji o, per esempio, la fune tesa della caccia alla balena – rappresenta l’asse della permanenza, mentre le curve delle onde, la spuma passeggera e i gesti drammatici dei personaggi incarnano la transitorietà della vita.
Il visionario percorso ideato da Linetti consente al visitatore di compiere un viaggio illuminante nell’opera di Hokusai. L’esposizione esplicita in modo chiaro e interiorizzabile come questo “ingegnere della forma” sia riuscito a parlare anche a culture lontane dalla sua, integrando la prospettiva occidentale nello spazio bidimensionale giapponese.
Al tempo stesso mostra come abbia usato sapientemente la geometria per innescare riflessioni inattese.
È forse proprio per questa combinazione distintiva di rigore geometrico e contemplazione dell’impermanenza che la sua onda continua a travolgerci.


