
di Alessandra Mulliri
Atzara ha una storia pittorica importante, legata ai grandi artisti del Novecento e oggi custodita anche dal MAMA, il Museo d’Arte Moderna e Contemporanea Antonio Ortiz Echagüe. Per Mauro Patta nascere in un paese così profondamente attraversato dall’arte ha avuto un peso decisivo, anche se la consapevolezza è maturata nel tempo.
Fin da bambino, Patta ha sentito forte il richiamo della pittura. Disegnare e dipingere non erano semplicemente una passione, ma qualcosa che apparteneva già al suo modo di guardare il mondo. La sua identità nasce dentro la pittura. Patta si forma come pittore, abituato al quadro, alla tela, a una ricerca più intima e personale. È da lì che parte il suo percorso artistico. Con il tempo, però, alla dimensione del quadro si affianca un’altra esperienza, più aperta e pubblica: quella del muro. Patta scopre il piacere di dipingere per strada, su grandi pareti, in mezzo alle persone. Il murale gli permette di uscire dallo spazio chiuso dello studio e di entrare in relazione con i luoghi, con le comunità, con chi osserva l’opera.
È una dimensione che lo coinvolge profondamente. Dipingere su un muro significa confrontarsi con lo spazio reale, scoprire luoghi nuovi, adattarsi alle superfici, ascoltare ciò che un paese suggerisce. Non ci sono intermediari: l’arte arriva direttamente alle persone, si regala allo sguardo quotidiano, diventa parte del paesaggio e della vita di chi quei luoghi li vive ogni giorno, dove l’opera incontra davvero la comunità.
Nel percorso di Mauro Patta il passaggio dalla tela al muro rappresenta una svolta importante. Non si tratta soltanto di cambiare supporto o dimensione dell’opera, ma di modificare completamente il rapporto tra l’artista, il pubblico e lo spazio. Il muro permette di regalare bellezza anche a chi non l’ha cercata, a chi non ha scelto di entrare in uno spazio espositivo, ma si trova a incontrare un’opera semplicemente passando per strada.
In questo senso il murale ha una responsabilità particolare. Non può essere pensato solo come un gesto individuale dell’artista, ma deve entrare in relazione con la comunità che lo accoglie. Deve funzionare per tutti, parlare a pubblici diversi, rispettare il luogo in cui nasce e allo stesso tempo riuscire a trasformarlo.
L’opera pubblica diventa così un punto di incontro. Non appartiene più soltanto all’artista, ma anche alle persone che la vedono ogni giorno, che la riconoscono come parte del proprio paesaggio, che finiscono per costruire con essa un rapporto familiare. È questa dimensione diretta, accessibile e condivisa che rende il muro uno spazio vivo: un luogo in cui la pittura esce dai confini tradizionali e torna a essere esperienza quotidiana.

Il suo stile nasce da un equilibrio preciso. Da una parte c’è una pittura di impianto classico, attenta al volto, al dettaglio, alla composizione e alla forza espressiva della figura. Dall’altra c’è una dimensione più grafica e contemporanea, fatta di colori accesi, contrasti, ritmo visivo e inserti decorativi. Il realismo dei volti dialoga con le trame dei tessuti, con i motivi ornamentali, con elementi che richiamano l’abito tradizionale sardo e, in particolare, il costume di Atzara.
È proprio Atzara ad aver inciso profondamente sulla sua ricerca artistica. I colori del paese, il costume tradizionale, la storia pittorica del territorio e la presenza dell’arte nella vita della comunità hanno contribuito a formare il suo sguardo. Nei suoi lavori questi riferimenti non vengono semplicemente citati, ma rielaborati dentro un linguaggio personale, in cui figurativo e decorativo si incontrano e spesso si spezzano a vicenda.
Il risultato è una pittura che tiene insieme identità e futuro. I volti sembrano appartenere a una memoria antica, ma il modo in cui sono composti, colorati e inseriti nello spazio li rende attuali. Questo approccio non riguarda soltanto la Sardegna. Quando Patta lavora fuori dall’isola, o anche all’estero, porta con sé lo stesso metodo: entrare in relazione con il luogo, conoscerne la storia, ascoltarne le tradizioni, cercare i simboli e le persone che possono raccontarlo. Ogni murale diventa così un’opera legata al territorio che lo ospita, costruita non come immagine generica, ma come racconto specifico di una comunità. In questo modo la memoria diventa linguaggio contemporaneo. Non un ritorno al passato, ma una forma di continuità viva, capace di attraversare i luoghi, parlare alle persone e trasformare l’identità in racconto condiviso.
Tra i progetti più recenti di Mauro Patta ci sono i quattro murales realizzati a Flussio, un lavoro che conferma la continuità del suo percorso e la sua capacità di costruire un dialogo diretto con i luoghi. Ogni intervento nasce infatti dall’incontro con uno spazio specifico, con la sua storia, con le persone che lo abitano e con l’identità della comunità che lo accoglie.
Oggi Patta vive una doppia dimensione artistica particolarmente significativa. Da una parte è presente nel museo del suo paese, Atzara, con L’oblio, opera conservata al MAMA. Dall’altra continua a portare la pittura fuori dagli spazi espositivi, sui muri dei paesi, nelle strade, nei luoghi attraversati ogni giorno dalle persone. È proprio in questa tensione tra museo e spazio pubblico che si riconosce la parte centrale della sua ricerca.

