Nel nuovo film del regista giapponese, dal 27 agosto nelle sale italiane, una coppia accoglie in casa un androide identico al figlio morto. Ma la tecnologia è solo il punto di partenza: al centro restano la famiglia, la memoria e quella capacità di immaginare che, per Kore-eda, continua a separare l’uomo dalla macchina.
Quanto di una persona bisogna riuscire a ricostruire perché quella persona possa essere considerata ancora presente? Il volto, la voce, i ricordi, le abitudini? E se un algoritmo fosse capace di rimettere insieme tutti questi frammenti, ciò che tornerebbe davanti a noi sarebbe davvero qualcuno che abbiamo amato oppure soltanto una sua rappresentazione perfetta?
È da questa zona incerta, dove il progresso tecnologico incontra uno dei desideri più antichi dell’essere umano – non perdere chi amiamo –, che parte Sheep in the Box, il nuovo film di Hirokazu Kore-eda. Presentato in concorso alla 79ª edizione del Festival di Cannes, il film arriverà nelle sale italiane il 27 agosto, distribuito da Lucky Red e BIM Distribuzione. Per il regista giapponese si tratta dell’ottava partecipazione alla competizione di Cannes, festival che nel 2013 gli assegnò il Premio della giuria per Father and Son e nel 2018 la Palma d’oro per Un affare di famiglia.
Il futuro immaginato da Kore-eda non è remoto e neppure particolarmente spettacolare. Non ci sono metropoli dominate dalle macchine né intelligenze artificiali intenzionate a prendere il controllo del mondo. C’è invece una casa, e dentro quella casa una famiglia ferita.
Otone, interpretata da Haruka Ayase, e Kensuke Komoto, interpretato da Daigo, hanno perso il loro bambino di sette anni, Kakeru. Quando viene offerta loro la possibilità di accogliere un robot umanoide con l’aspetto e la voce del figlio scomparso, accettano. Il nuovo Kakeru, interpretato dal giovanissimo Rimu Kuwaki, non assomiglia soltanto al bambino: la tecnologia ha utilizzato i dati disponibili per ricostruirne memoria, comportamenti e caratteristiche personali. È una presenza progettata affinché l’assenza possa, almeno apparentemente, smettere di essere tale.
Ed è qui che Kore-eda compie la scelta più interessante. Sheep in the Box non è realmente un film sull’intelligenza artificiale. È un film sugli esseri umani che la desiderano.
Il regista ha spiegato che l’idea è nata dopo aver letto di attività sviluppate in Cina per ricreare digitalmente persone morte attraverso l’intelligenza artificiale. Durante un viaggio nel Paese incontrò anche un imprenditore attivo in questo settore e vide immagini e simulazioni nelle quali i defunti non si limitavano a ripetere ciò che avevano detto in vita, ma sembravano continuare a conversare e a costruire nuove esperienze con chi era rimasto. Fu proprio quella possibilità a generare in lui una domanda etica: fino a che punto i vivi possono appropriarsi dell’identità dei morti e continuare a modificarla?
La fantascienza di Kore-eda, insomma, ha già un piede nella realtà. Le tecnologie spesso definite grief tech o “digital resurrection” consentono già di ricostruire voci, immagini e forme di conversazione a partire dalle tracce digitali lasciate da una persona. Accanto alle possibilità offerte da questi strumenti sono nate questioni che riguardano il consenso del defunto, la proprietà dei suoi dati, la commercializzazione del lutto e gli effetti psicologici di una presenza artificiale che rischia di rendere sempre più sfumato il confine tra ricordare qualcuno e continuare artificialmente una relazione con lui. Reuters ha documentato nel 2025 la diffusione di servizi capaci di produrre avatar e voci sintetiche dei defunti, raccogliendo anche le preoccupazioni di ricercatori e specialisti sul loro utilizzo nell’elaborazione del lutto.
Kore-eda evita però sia l’entusiasmo tecnologico sia l’allarmismo. Il conflitto entra nella famiglia attraverso reazioni opposte. Otone cerca nella presenza di Kakeru qualcosa che somigli alla continuità: vedere nuovamente il figlio muoversi dentro casa può essere sufficiente, almeno per un momento, a riempire uno spazio rimasto vuoto. Kensuke oppone invece una resistenza più dura. Quell’essere ha il volto di suo figlio, ma proprio la somiglianza rende più evidente ciò che gli manca.
È un meccanismo profondamente coerente con il cinema di Kore-eda. Da Nobody Knows a Father and Son, da Un affare di famiglia a Broker e L’innocenza, il regista torna continuamente sulla stessa domanda modificandone ogni volta le condizioni: che cosa fa di un gruppo di persone una famiglia? Il sangue? La convivenza? La responsabilità? La memoria condivisa? L’amore?
Con Sheep in the Box aggiunge una possibilità nuova e quasi paradossale: può appartenere a una famiglia qualcuno che è stato letteralmente costruito per sostituirne un membro?
La tecnologia diventa così uno strumento per osservare il lutto. Per Kore-eda, inoltre, il rapporto con i morti non può essere separato dalla cultura giapponese. Nella tradizione dell’Obon, la ricorrenza dedicata agli antenati, il confine tra presenza e assenza assume infatti una forma diversa da quella di una separazione definitiva: simbolicamente, per alcuni giorni, gli spiriti dei defunti tornano presso le loro famiglie. Nel raccontare questa sensibilità, il regista non suggerisce che la morte possa essere cancellata. Al contrario: distingue il mantenere un legame con chi non c’è più dal pretendere di ricostruirne artificialmente l’esistenza.
La differenza è decisiva. Ricordare significa anche accettare ciò che non può essere recuperato.
E proprio qui entra in scena Il Piccolo Principe.
Il titolo del film deriva da uno degli episodi più celebri del libro di Antoine de Saint-Exupéry. Il piccolo principe chiede al pilota di disegnargli una pecora; dopo diversi tentativi insoddisfacenti, l’uomo disegna semplicemente una scatola e gli dice che la pecora desiderata si trova lì dentro. Il bambino ne è felice perché può vedere, attraverso l’immaginazione, ciò che il disegno non mostra.
Kore-eda ha raccontato di essersi ricordato di quella scena mentre cercava qualcosa che un umanoide intelligente non fosse in grado di comprendere completamente. Nel film Otone legge il libro a Kakeru e si accorge della distanza tra il figlio che ricordava e l’essere che ora ha davanti: il bambino vero avrebbe fatto domande, avrebbe inventato possibilità, avrebbe riempito con la fantasia lo spazio lasciato vuoto dalla pagina. L’androide dispone di informazioni enormemente superiori, ma quella deviazione imprevedibile gli manca.
È forse questa l’intuizione più forte di Sheep in the Box: opporre all’intelligenza non un’intelligenza superiore, ma l’immaginazione.
Anche la natura acquista progressivamente importanza. Alberi, boschi e spazi aperti interrompono la precisione artificiale degli ambienti costruiti e ricordano una dimensione che non può essere completamente programmata. È una tensione già presente nel cinema del regista, ma che qui diventa particolarmente evidente: artificiale e naturale, memoria e simulazione, corpo e dato, passato e futuro convivono senza arrivare a una soluzione definitiva.
Per questo il film non conduce necessariamente a una condanna dell’intelligenza artificiale. Kore-eda stesso respinge l’idea di considerarla un nemico. Se un giorno una macchina fosse persino capace di realizzare film migliori dei suoi, ha osservato presentando il film alla stampa italiana, ciò non gli toglierebbe il desiderio di continuare a fare cinema. Allo stesso modo, la superiorità tecnica di una macchina in un gioco non cancellerebbe il piacere di assistere alla sfida tra due giocatori umani.
Il punto, allora, non è stabilire se l’intelligenza artificiale riuscirà a superarci. È capire perché continuiamo ad attribuire un valore particolare a ciò che nasce da un essere umano.
Sheep in the Box porta questa domanda nel luogo più delicato possibile: dentro l’amore di due genitori per un figlio che non c’è più. E invece di chiedere se una macchina possa diventare umana, Kore-eda rovescia la prospettiva: osserva gli esseri umani mentre cercano disperatamente di trasformare una macchina in qualcuno che hanno amato.
Il risultato è una fantascienza senza astronavi e senza apocalissi, costruita sulle cose che il cinema di Kore-eda conosce meglio: una casa, un bambino, due genitori, un’assenza.
E una scatola dentro la quale soltanto chi sa immaginare riesce ancora a vedere una pecora.










