di Federica Cannas
È il 16 giugno 1904. A Dublino inizia un giorno come tanti, e da allora quel giorno ha un nome tutto suo: Bloomsday. In quelle ventiquattr’ore James Joyce fa stare un uomo intero, con tutto quello che un uomo porta dentro senza saperlo. La fame, il desiderio, il lutto per un figlio morto, la gelosia che non si confessa nemmeno a se stesso, il pensiero che scappa via prima ancora di essere pensato fino in fondo.
Ulysse non racconta un’avventura. Racconta Leopold Bloom che cammina per la città, vende inserzioni pubblicitarie, pensa alla moglie che forse in quel momento tradisce, si ferma davanti a una vetrina, si distrae, torna, dimentica, ricorda. È tutto qui, e proprio per questo è immenso. Perché Joyce ha capito, prima di chiunque altro, che la vita vera non succede nello spazio minuscolo e infinito tra un pensiero e l’altro.
Per farlo ha dovuto inventare una lingua nuova. Non una lingua sola, in realtà diciotto, quante sono gli episodi del romanzo, ognuno con il suo respiro, il suo ritmo, la sua grammatica segreta. C’è un capitolo scritto come un copione teatrale, uno con domande e risposte, uno che imita nove mesi di gestazione della lingua inglese, stile dopo stile, come se le parole stesse dovessero nascere sotto i nostri occhi. E poi c’è Molly Bloom, l’ultima voce del libro, pagine quasi senza punteggiatura, un fiume di coscienza che si chiude sulla parola più semplice e più difficile che esista: sì.
È qui che Joyce smette di essere solo un rivoluzionario della forma e diventa qualcosa di più vicino a noi. Perché quella lingua che si rompe, si moltiplica, cambia pelle a ogni pagina, non è un capriccio da intellettuale. È un tentativo onesto di dire una cosa semplicissima. Nessuno di noi pensa in modo lineare. Pensiamo a scatti, per associazioni improvvise, saltando da un ricordo d’infanzia a una lista della spesa nel giro di un secondo. Joyce ha inventato il flusso di coscienza perché voleva essere fedele a come funziona davvero una mente umana, e in questo è stato più sincero di quasi chiunque prima di lui.
C’è poi il gesto più audace, quello che dà il titolo al libro. Prendere l’Odissea, il viaggio più famoso della letteratura occidentale, e farlo stare in una sola giornata dublinese, senza mostri, senza mari da attraversare, senza dei che intervengono. L’eroe diventa un uomo qualunque che rincasa la sera, tradito e stanco, e che proprio per questo, non nonostante questo, diventa eroico. Joyce ci dice una cosa che ancora oggi fatichiamo ad accettare. L’epica non ha bisogno di grandi imprese. Ha bisogno solo di qualcuno disposto a restare umano fino in fondo, anche quando la giornata non promette nulla di straordinario.
Leggere l’Ulysse oggi, in mezzo a notifiche che ci spezzano il pensiero venti volte al minuto, in mezzo a un presente che sembra fatto apposta per impedirci di finire un ragionamento, ha qualcosa di stranamente consolatorio. Joyce aveva già capito, un secolo fa, che la mente umana è frammentata, disordinata, piena di rumori paralleli. E invece di correggerla, l’ha messa in pagina così com’è, senza vergogna. Non ci chiede di semplificarci, ma di riconoscerci.
Forse è questo il motivo per cui il romanzo continua a resistere, nonostante la fama di libro difficile, quasi inaccessibile. Non impone una trama da seguire, offre una compagnia. Quella di un uomo che, in un giorno come tanti, senza eroismi visibili, semplicemente continua a camminare, a pensare, a desiderare, a tornare a casa. E forse la vera rivoluzione di Joyce non sta nello stile, o non solo. Sta nell’aver detto, con cento anni di anticipo, che un giorno qualunque, se lo si guarda abbastanza da vicino, non è mai davvero qualunque.


