di Alessandra Mulliri
Ci sono vocazioni che non arrivano all’improvviso, ma si annunciano presto, quasi in forma di ossessione. Nel caso di Alessandra Usai, regista sarda, produttrice e ricercatrice, il cinema è stato prima di tutto un luogo dell’immaginazione: le sale frequentate da bambina con la madre, i film assorbiti con curiosità, le serie guardate la domenica mattina. Prima ancora di pensare alla macchina da presa, Usai disegnava abiti e personaggi. Credeva di voler diventare costumista, ma in quei quaderni infantili c’era già qualcosa di più: ogni figura aveva un nome, un’identità, una storia. Non erano soltanto vestiti, erano mondi narrativi in fermento.
Il suo percorso è iniziato con lo studio. Si è laureata in Storia e Critica del Cinema poi ha continuato a formarsi in modo pratico, anche alla Scuola Civica di Cinema. Per molti anni ha lavorato nel documentario, sia storico sia antropologico. Nel lavoro di Alessandra Usai convivono tre aspetti. C’è la regista, che crea il film. C’è la ricercatrice, che approfondisce i temi. C’è la produttrice, che conosce i problemi concreti di budget, tempi e organizzazione. La ricerca dà forza alle storie. La produzione insegna a lavorare dentro i limiti. La regia trasforma tutto questo in immagini.
Un passaggio decisivo avviene in Irlanda, dove si confronta con un sistema produttivo più strutturato, nel quale i ruoli sono definiti e professionalizzati. È lì che realizza il suo primo cortometraggio di finzione e comprende con maggiore chiarezza la direzione del proprio lavoro. Dopo Ladies of Science matura anche l’idea di produrre progetti indipendenti, non soltanto propri, ma anche di altri autori. In seguito, con il rientro in Italia, nasce Nical Films, realtà fondata insieme al marito, che unisce competenze creative, organizzative, amministrative e manageriali. Per Usai la produzione resta un lavoro faticoso, spesso invisibile, ma necessario: conoscere i vincoli di budget e di tempo non impoverisce la creazione, semmai obbliga a renderla più lucida.
Eppure, al centro resta la regia. È lì che si concentra la sua identità più profonda. Nei suoi film la Sardegna ha un ruolo importante. Non è solo uno sfondo bello da mostrare. Non è una cartolina. È memoria, identità, natura, isolamento, origine.
Da qui nasce anche l’attenzione per le figure femminili, per le donne che hanno attraversato la storia restando ai margini del racconto pubblico. Tra queste figure c’è Eva Mameli Calvino, scienziata sarda e madre dello scrittore Italo Calvino. Una donna colta, autonoma, moderna. Una figura che mostra una Sardegna capace di dialogare con il mondo.
Il recupero della memoria femminile è uno dei nuclei più forti del suo lavoro. Usai non lo affronta come tema astratto, ma come necessità narrativa e culturale. Per troppo tempo il cinema ha privilegiato uno sguardo maschile; oggi, secondo la regista, si tratta di ampliare la prospettiva, non di sostituirla con un’altra chiusura. Nei suoi film tornano bambine, scienziate, donne che trasformano il proprio destino attraverso lo studio, la conoscenza, la resistenza.
Questa attenzione trova una forma intensa in Oltre la pelle, docufilm dedicato alla missione del chirurgo Bepi Losasso tra Pakistan e Italia e alle donne vittime di attacchi con l’acido. Il progetto nasce dal libro Più della mia pelle di Annalisa Maniscalco e affronta un tema duro, poco conciliabile con le logiche del mercato, ma impossibile da ignorare. Usai sceglie di partire dal punto di vista del medico, senza però perdere il centro autentico del racconto: le donne curate, le loro ferite, la loro ricostruzione. Il film non indugia sulla violenza, non la spettacolarizza, non cerca lo shock. Guarda invece al “dopo”: al tempo lungo delle operazioni, alla fatica di riconoscersi in un volto cambiato, alla ricostruzione psicologica di una nuova identità. “Oltre la pelle” diventa così il luogo invisibile del dolore, ma anche della dignità. Una donna deve imparare a riconoscersi di nuovo. Deve ricostruire la propria identità. Deve trovare forza, dignità e speranza.
Un altro progetto importante è Janasa.
È tratto dal romanzo di Claudia Zedda.
È un film storico e fantasy, legato alla mitologia e all’archeologia sarda. Al centro c’è una giovane guaritrice. È ribelle, forte, alla ricerca del proprio posto nel mondo. La sua storia parla di Sardegna antica, ma anche di temi universali. Parla di potere, libertà, conoscenza e sorellanza.
Anche in Janasa le donne hanno un ruolo centrale.
Sono custodi di un sapere antico.
Capiscono che, per resistere, devono restare unite.
La storia è sarda, ma può parlare a tutti.
Il suo cinema dà voce a persone fragili e forti allo stesso tempo.
Racconta chi cerca di sopravvivere. Chi prova a ricostruirsi.
Chi non vuole essere cancellato.
Tra documentario storico, racconto sociale e finzione mitologica, il cinema di Alessandra Usai sembra muoversi lungo una linea coerente: dare voce a chi è rimasto nell’ombra, restituire complessità ai margini, cercare nella memoria non un rifugio nostalgico, ma una forza attiva. Le sue storie parlano di Sardegna, di donne, di dolore e di resistenza. E soprattutto parlano della forza di continuare, anche quando tutto sembra difficile.


