(Federica Cannas) – Lisbona, primavera del 1974. La città è ancora avvolta dal silenzio della dittatura, eppure qualcosa ribolle nelle case, nelle caserme, nei caffè. Quella notte, la musica trasmessa via radio porta con sé un presagio. Prima un brano popolare, poi, nel cuore della notte, “Grândola, Vila Morena” di Zeca Afonso. Le note scorrono libere e chi le ascolta sa che il tempo della paura è finito.
La rivoluzione portoghese nasce così, con accordi di chitarra e parole di fraternità. Quando all’alba i soldati scendono per le strade, i fucili non sparano. Nelle loro canne vengono infilati garofani rossi, consegnati da donne che sorridono increduli al nuovo giorno. È un gesto poetico, semplice e immenso. Il fiore al posto della pallottola.
Ma la Revolução dos Cravos è anche un atto estetico. L’arte la attraversa in ogni forma, la amplifica, le dà volto e voce.
Se il canto di Afonso è il segnale, subito dopo le strade si riempiono di chitarre, di cori improvvisati, di melodie tra la folla. La musica rompe un silenzio lungo quasi mezzo secolo e diventa il modo più immediato per celebrare la libertà ritrovata. Cantare significa occupare lo spazio pubblico, ma soprattutto significa dirsi vivi.
Da anni i poeti scrivevano sotto censura, scegliendo parole che sapevano di resistenza, a volte camuffate, a volte gridate. Con il 25 aprile, quei versi nascosti scivolano fuori dalle pagine e si mescolano alla voce della piazza.
La poesia non resta più confinata. La lingua portoghese, liberata dalla morsa del regime, torna a fiorire in tutta la sua musicalità.
I muri di Lisbona e Porto si trasformano in gallerie improvvisate. Murales e scritte affiorano come semi che attendevano da tempo. Garofani rossi, slogan di libertà, volti di popolo. È un’arte senza firma, che chiede solo occhi pronti a guardare.
Più tardi nasceranno monumenti e opere permanenti, come il Memorial ao 25 de Abril a Grândola, rivestito di azulejos che riportano le parole di Afonso. Ma nei giorni della rivoluzione l’arte è soprattutto colori su muri che fino a ieri erano grigi di paura.
Guardando oggi a quel 25 aprile, colpisce la forza estetica di quella rivoluzione. Non ci sono statue abbattute né bandiere insanguinate. Ci sono però fiori, canzoni, parole e immagini. La bellezza si intreccia alla politica fino a renderla inseparabile.
Il Portogallo non si è liberato solo con la forza dei soldati ribelli, ma con la potenza del suo immaginario. La rivoluzione è stata una festa dell’arte che ha permesso a un intero popolo di riconoscersi e di raccontarsi di nuovo.
Ancora oggi, il 25 aprile si canta Grândola, Vila Morena. E quando le note si alzano nelle piazze, sono la memoria viva di un giorno in cui la bellezza seppe cambiare la storia.












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