(Federica Cannas) – C’è un legame profondo che noi sardi sentiamo con la nostra terra, un legame che nasce da da ciò che abbiamo respirato fin da piccoli, come un modo di stare al mondo che non abbiamo mai dovuto imparare. La Sardegna, per noi, è un sentimento forte e silenzioso, che fa parte della nostra persona e che continua ad accompagnarci anche quando siamo lontani. È un sentire continuo, che si manifesta anche nelle cose più semplici. Nelle case piene di attenzione e pudore. Nel rispetto che si dà agli altri. Nel modo in cui si preferisce custodire più che mostrare.
È qui che entra Grazia Deledda. Lei non “ha descritto” la Sardegna. Lei l’ha abitata interiormente. Ha scritto da quella appartenenza, non per rappresentarla dall’esterno. Questo è il punto davvero innovativo. Non è nella scelta dei temi. È nella naturalità del sentimento che porta sulla pagina. È nel fatto che la Sardegna, nelle sue opere, non deve essere giustificata, spiegata, tradotta. Esiste semplicemente come anima, come sostanza emotiva. E questo ha fatto sì che la sua scrittura non fosse mai realmente in attesa di essere vista. Non era un’autrice che gridava per trovare ascolto. Sapeva da dove veniva, e che in quella certezza non cercava approvazione.
L’invisibilità di Grazia Deledda era un modo diverso di essere presenti. Era la presenza che nasce dal sentimento. Non aveva bisogno di mostrarsi perché quel sentimento profondo era più stabile della visibilità. In qualche modo era già intero.
E proprio questa sottrazione, che tanti hanno scambiato per marginalità, è stata invece la sua energia più pura.
E questa è, oggi, la sua vera modernità. L’atto rivoluzionario di portare un territorio come anima. Di portare la Sardegna come sentimento antico e naturale, senza trasformarlo in bandiera, in identità da vendere.
La modernità non è in ciò che appare nuovo, ma in ciò che riesce a restare vero.
Anche noi riconosciamo questo modo di sentire. Non dobbiamo raccontarci in continuazione chi siamo. Non dobbiamo convincere il mondo che veniamo da una terra speciale. Lo sappiamo, semplicemente. È un sentimento che ci appartiene. E quando leggiamo Grazia Deledda, spesso senza dircelo, lo ritroviamo. Sentiamo che quella vibrazione, così composta e non appariscente, non è provincia del mondo. È profondità vissuta. È appartenenza.
Non serve difenderla. Non serve rivendicarla. È già dentro di noi.
Forse è per questo che, ancora oggi, le sue opere ci toccano per ciò che risvegliano. Ci fanno riconoscere che la Sardegna non è un luogo da illustrare. È una forma d’anima. È un modo di sentire. È qualcosa che resta. E che viene prima di tutto il resto.
È qui che entra Grazia Deledda. Lei non “ha descritto” la Sardegna. Lei l’ha abitata interiormente. Ha scritto da quella appartenenza, non per rappresentarla dall’esterno. Questo è il punto davvero innovativo. Non è nella scelta dei temi. È nella naturalità del sentimento che porta sulla pagina. È nel fatto che la Sardegna, nelle sue opere, non deve essere giustificata, spiegata, tradotta. Esiste semplicemente come anima, come sostanza emotiva. E questo ha fatto sì che la sua scrittura non fosse mai realmente in attesa di essere vista. Non era un’autrice che gridava per trovare ascolto. Sapeva da dove veniva, e che in quella certezza non cercava approvazione.
L’invisibilità di Grazia Deledda era un modo diverso di essere presenti. Era la presenza che nasce dal sentimento. Non aveva bisogno di mostrarsi perché quel sentimento profondo era più stabile della visibilità. In qualche modo era già intero.
E proprio questa sottrazione, che tanti hanno scambiato per marginalità, è stata invece la sua energia più pura.
E questa è, oggi, la sua vera modernità. L’atto rivoluzionario di portare un territorio come anima. Di portare la Sardegna come sentimento antico e naturale, senza trasformarlo in bandiera, in identità da vendere.
La modernità non è in ciò che appare nuovo, ma in ciò che riesce a restare vero.
Anche noi riconosciamo questo modo di sentire. Non dobbiamo raccontarci in continuazione chi siamo. Non dobbiamo convincere il mondo che veniamo da una terra speciale. Lo sappiamo, semplicemente. È un sentimento che ci appartiene. E quando leggiamo Grazia Deledda, spesso senza dircelo, lo ritroviamo. Sentiamo che quella vibrazione, così composta e non appariscente, non è provincia del mondo. È profondità vissuta. È appartenenza.
Non serve difenderla. Non serve rivendicarla. È già dentro di noi.
Forse è per questo che, ancora oggi, le sue opere ci toccano per ciò che risvegliano. Ci fanno riconoscere che la Sardegna non è un luogo da illustrare. È una forma d’anima. È un modo di sentire. È qualcosa che resta. E che viene prima di tutto il resto.












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