Capita spesso di sentire affermazioni che rimbalzano nei discorsi comuni senza essere verificate. Si ripetono frasi prese da social, titoli, slogan, spezzoni. E quando si chiede da dove arrivino, la risposta più frequente è un vago “l’ha detto qualcuno”, senza fonte, senza contesto. Una sorta di ipse dixit moderno, ma senza neppure l’autorità di un Aristotele o di un maestro riconosciuto. Una citazione evaporata dalle origini che diventa verità perché siamo immersi in un flusso continuo di parole.
Eppure la filosofia occidentale è nata proprio come scuola di sospetto. Socrate lo fa in piazza. Non accetta formule già confezionate, ma domanda che cosa significhi davvero ciò che viene pronunciato. Cartesio, secoli più tardi, mette come primo passo del sapere il dubbio metodico. Galileo si scontra contro un sistema che confonde auctoritas e conoscenza. Einstein prende un principio che tutti pensavano immutabile, la simultaneità, e lo capovolge mostrando che non è assoluta, ma dipende dal sistema di riferimento e dallo stato di moto dell’osservatore.
La storia del pensiero è un esercizio continuo di disobbedienza mentale.
Nel percorso educativo europeo, almeno in certe scuole e università, il concetto di “pensiero critico” compare nei programmi, nei manuali, nelle lezioni di filosofia. E allora viene spontanea una domanda. Se gli strumenti ci sono stati forniti, perché questa rinuncia collettiva al controllo concettuale? Perché la ripetizione prevale sull’analisi?
Il metodo per non cadere in questa passività esiste. È semplice e impegnativo allo stesso tempo. Per ogni frase che rimbalza nel discorso pubblico si può seguire una sequenza concreta.
Un ragionamento non va accettato in sé. Va messo alla prova. Il sapere maturo non è la difesa di ciò che già si crede, ma la capacità di sopportare la prova di ciò che non si vuol vedere.
Oggi questa forma di pensiero è urgente. Non è un vezzo culturale. È una condizione politica della libertà. Ogni società che non esamina, non esiste. Sopravvive. E ogni persona che non verifica, resta inchiodata in un presente che non cambia.
L’aspetto davvero innovativo, oggi, è il coraggio di non lasciar passare tutto, di non accettare tutto solo perché circola. L’innovazione non è ripetere. È verificare. È osare pensare da sé.
Ragionare è un gesto di emancipazione. La realtà non va accettata per inerzia. Va attraversata con disciplina, con metodo, con l’audacia di chi non teme di mettere in discussione anche le proprie certezze. Per crescere liberi, individualmente e collettivamente, non basta ripetere ciò che è stato detto. Bisogna capire se vale davvero.
di Federica Cannas












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