(Federica Cannas) – Gli anni Ottanta erano pieni di forme che oggi ci sembrerebbero strumenti di archeologia domestica. Non solo perché la tecnologia era più lenta, ma perché chiedeva al corpo di partecipare. Le videocassette andavano riavvolte, e se la videoregistrazione si incantava si tirava fuori la soluzione estrema: soffiare nell’ingresso come se fossimo tecnici formidabili. Le musicassette erano un esercizio di pazienza e precisione. Quando il nastro si impigliava, una matita o la penna Bic diventavano attrezzi di pronto intervento, più efficaci di qualsiasi assistenza autorizzata.
Le cabine telefoniche erano centri sociali involontari. Entravi, chiudevi la porta, inserivi il gettone e sembrava che durante quella telefonata potesse succedere qualsiasi cosa, anche se poi alla fine, spesso, non succedeva niente. Era una scena minuscola, ma molto più teatrale di qualsiasi videochiamata con sei filtri attivi. Se pioveva, la cabina diventava una specie di rifugio trasparente, con la città fuori che scorreva più lenta. E poi c’erano le cartoline che arrivavano dopo che eri già rientrato dalle vacanze. Sorrisi consegnati fuori tempo massimo. E c’era anche la radio con la mano ferma sulla cassetta REC+PLAY in attesa che partisse “la canzone giusta”, sperando che il DJ non entrasse a rovinare tutto con un saluto fuori luogo.
La televisione non era in streaming, ma era una casella da conquistare nel palinsesto. C’era un’idea di attesa e non era una perdita di tempo. Guardare un film in prima serata significava davvero esserci. E se ti chiamavano al telefono nel momento sbagliato era una catastrofe diplomatica familiare: “Non disturbare adesso, c’è il film”. Cose che oggi non succedono più, anche perché se qualcosa la perdi la cerchi “on demand” come se fosse sempre lì, fermo, al tuo servizio.
Oggi viviamo in un mondo che non permette più margini. Tutto è immediato, lineare, ottimizzato. Non c’è più attesa, non c’è più incertezza. E invece proprio l’errore, lo slittamento, l’imprevisto erano parte dell’apprendimento. Il digitale non è “più comodo”. È un nuovo modo di stare nelle cose che sostituisce la sorpresa con la prevedibilità. Il punto non è che gli anni Ottanta fossero migliori. Il punto è che avevano spazio per l’imperfezione, e l’imperfezione è creativa. Senza tentativi e inciampi non c’è scoperta.
Le cose che spariscono non scompaiono davvero, in realtà. Continuano a lavorare come immagini mentali. Quando scorri una playlist e non ti convince, il gesto che fai con il dito assomiglia vagamente a quello che facevamo quando cercavamo la traccia giusta mettendo il dito sul tasto “Forward” del walkman. Quando cancelli una foto dal telefono lo fai con la stessa soddisfazione di quando strappavi una pagina del diario che non volevi leggere più. Ed è lo stesso riflesso che scattava quando il mangianastri dell’auto mangiava davvero la cassetta e si sperava di recuperare tutto senza strappi. O quando sbagliavi l’ora della registrazione e ti ritrovavi a rivedere venti minuti di detersivi invece del film che volevi guardare.
È che certe cose erano più buffe, più imprevedibili, più fisiche. Ci obbligavano a partecipare. A improvvisare. A inventare soluzioni casalinghe che oggi non servono più perché tutto è già ottimizzato.
Forse è per questo che quelle assenze continuano a farci compagnia. Non per romanticismo. Ma perché erano complicazioni che ci tenevano svegli. E ogni tanto, davanti a un’app che non funziona, ci viene quasi da cercare una penna Bic. Non per scrivere. Per riaggiustare il mondo.
Le cabine telefoniche erano centri sociali involontari. Entravi, chiudevi la porta, inserivi il gettone e sembrava che durante quella telefonata potesse succedere qualsiasi cosa, anche se poi alla fine, spesso, non succedeva niente. Era una scena minuscola, ma molto più teatrale di qualsiasi videochiamata con sei filtri attivi. Se pioveva, la cabina diventava una specie di rifugio trasparente, con la città fuori che scorreva più lenta. E poi c’erano le cartoline che arrivavano dopo che eri già rientrato dalle vacanze. Sorrisi consegnati fuori tempo massimo. E c’era anche la radio con la mano ferma sulla cassetta REC+PLAY in attesa che partisse “la canzone giusta”, sperando che il DJ non entrasse a rovinare tutto con un saluto fuori luogo.
La televisione non era in streaming, ma era una casella da conquistare nel palinsesto. C’era un’idea di attesa e non era una perdita di tempo. Guardare un film in prima serata significava davvero esserci. E se ti chiamavano al telefono nel momento sbagliato era una catastrofe diplomatica familiare: “Non disturbare adesso, c’è il film”. Cose che oggi non succedono più, anche perché se qualcosa la perdi la cerchi “on demand” come se fosse sempre lì, fermo, al tuo servizio.
Oggi viviamo in un mondo che non permette più margini. Tutto è immediato, lineare, ottimizzato. Non c’è più attesa, non c’è più incertezza. E invece proprio l’errore, lo slittamento, l’imprevisto erano parte dell’apprendimento. Il digitale non è “più comodo”. È un nuovo modo di stare nelle cose che sostituisce la sorpresa con la prevedibilità. Il punto non è che gli anni Ottanta fossero migliori. Il punto è che avevano spazio per l’imperfezione, e l’imperfezione è creativa. Senza tentativi e inciampi non c’è scoperta.
Le cose che spariscono non scompaiono davvero, in realtà. Continuano a lavorare come immagini mentali. Quando scorri una playlist e non ti convince, il gesto che fai con il dito assomiglia vagamente a quello che facevamo quando cercavamo la traccia giusta mettendo il dito sul tasto “Forward” del walkman. Quando cancelli una foto dal telefono lo fai con la stessa soddisfazione di quando strappavi una pagina del diario che non volevi leggere più. Ed è lo stesso riflesso che scattava quando il mangianastri dell’auto mangiava davvero la cassetta e si sperava di recuperare tutto senza strappi. O quando sbagliavi l’ora della registrazione e ti ritrovavi a rivedere venti minuti di detersivi invece del film che volevi guardare.
È che certe cose erano più buffe, più imprevedibili, più fisiche. Ci obbligavano a partecipare. A improvvisare. A inventare soluzioni casalinghe che oggi non servono più perché tutto è già ottimizzato.
Forse è per questo che quelle assenze continuano a farci compagnia. Non per romanticismo. Ma perché erano complicazioni che ci tenevano svegli. E ogni tanto, davanti a un’app che non funziona, ci viene quasi da cercare una penna Bic. Non per scrivere. Per riaggiustare il mondo.












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