di Virginia Nicoletti
Cinquant’anni fa, precisamente il 31 ottobre, veniva lanciato dai Queen “Bohemian Rhapsody”, brano che ancora oggi rimane oggetto di interpretazioni e riflessioni circa la sua genesi e il contesto politico-culturale nel quale è stato concepito.
Nel 1975 i Queen di Freddie Mercury, Brian May, Roger Taylor e John Deacon, sono una band in transizione, sospesa fra il successo che sembra a portata di mano e la paura di non riuscire a vincere la scommessa più grande della loro carriera. I tour intensi li hanno messi alla prova e, in un panorama musicale dominato da singoli rapidi e orecchiabili pensati per la radio, Mercury e compagni percepiscono l’urgenza di proporre qualcosa di nuovo, all’altezza delle loro ambizioni. Spinti anche dalle preoccupazioni economiche, puntano tutto su un progetto che va oltre il convenzionale.
Durante la primavera, tra le mura di casa di Freddie Mercury, prendono forma gli appunti sparsi di un pezzo che nelle bozze ha soprannominato “The Cowboy Song”, a causa delle sue sfumature western. Mercury si mette al piano e inizia a sperimentare, arrivando a concepire una canzone che sfugge alle classificazioni semplici, mescolando ballate, echi d’opera e momenti di puro rock. Quando propone ai suoi compagni la struttura della canzone, li mette di fronte alla sfida di accettare un rischio creativo senza precedenti.
La fase di registrazione, svolta in uno studio ricavato in una fattoria nei pressi del confine tra Inghilterra e Galles, si trasforma in una fucina di idee. Freddie, Brian, Roger e John integrano strumenti tipicamente orchestrali, voci moltiplicate e sequenze di silenzi e suoni capaci di rendere ogni ascolto quasi un rituale. May aggiunge la sua impronta con un vorticoso assolo, mentre Taylor e Mercury sperimentano voci sovrapposte in centinaia di tracce diverse.
A registrazione conclusa “Bohemian Rhapsody” (così intitolata per ciò che rappresenta, una rapsodia in cui è confluito lo spirito bohémien, ovvero libero ed anticonformista, del suo ideatore) supera i sei minuti di durata, un tabù per la radiofonia dell’epoca. Molte emittenti britanniche rifiutano di trasmettere un brano così lungo ed atipico; ma la determinazione di Mercury e la complicità del DJ Kenny Everett – che decide di mandarla in onda tramite la radio privata dove lavora – contribuiranno a renderlo un successo fenomenale. Il brano rimane in testa alle classifiche del Regno Unito per ben nove settimane, per poi conquistare il pubblico nel resto d’Europa e negli Stati Uniti.
Ciò che rende “Bohemian Rhapsody” un pezzo realmente unico, è la sua particolare struttura, che si sviluppa in una successione di sezioni autonome, dotate di atmosfere differenti, che si integrano tra loro in modo originale senza ricorrere al classico ritornello. Il risultato è quell’inconfondibile insieme sonoro che figura come uno degli apici del progressive rock di quel periodo.
L’approccio libero, la narrazione aperta a interpretazioni, la tecnica raffinata e l’energia emozionale ne hanno fatto un simbolo della creatività sperimentale degli anni Settanta. Freddie Mercury, interrogato sul significato del testo, scelse sempre il silenzio o la provocazione – “Ognuno può leggerci ciò che vuole”, diceva.
Anche il videoclip, girato in poco tempo e con effetti semplici ma innovativi per l’epoca, ha avuto un ruolo chiave nel cementare la leggenda della canzone, anticipando l’avvento dei video musicali negli anni Ottanta e regalando al pubblico immagini ormai iconiche dei quattro membri della band illuminati e ritratti insieme.
In questi cinquant’anni, “Bohemian Rhapsody” non ha mai perso il suo fascino: mai caduta nell’oblio, dopo la scomparsa di Freddie Mercury nel novembre del 1991, è tornata nuovamente al vertice delle classifiche britanniche, e ha dato il titolo al celebre film biografico dedicato alla storia dell’inarrivabile frontman dei Queen.
“Bohemian Rhapsody” è la dimostrazione lampante di come l’arte, quando si libera dalla logica del risultato immediato e osa esplorare strade inedite, può davvero parlare a generazioni diverse e superare ogni confine culturale.












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