Fino all’11 gennaio 2026 Palazzo Reale di Milano accoglie Andrea Appiani in una mostra che ne ricompone la complessa vicenda artistica ed intellettuale, allestita negli stessi ambienti che egli contribuì a trasformare in un palcoscenico del potere neoclassico tra Illuminismo ed età napoleonica.
Nato nel 1754, milanese fino al midollo, Appiani – definito dai contemporanei il “pittore delle Grazie”- cresce in una città in piena metamorfosi, diventando un interprete sottile del clima riformatore che coinvolge Milano tra la metà del Settecento e le soglie dell’età rivoluzionaria.
Tra le oltre cento opere esposte in mostra emergono tele e autoritratti che mostrano un giovane Appiani, futuro ritrattista di Parini, Canova, Monti e dell’élite milanese che conta, consapevole del proprio ruolo pubblico, a metà tra l’intellettuale illuminista e il professionista della corte.
Il cuore del progetto espositivo sta forse nelle sezioni che raccontano Appiani autore di cicli pittorici nati per dialogare con l’architettura di palazzi e chiese. I disegni preparatori, alcuni di dimensioni monumentali, mostrano un neoclassicismo disciplinato, ma mai glaciale, dove il chiaroscuro resta avvolgente e la linea non rinuncia a un residuo di tenerezza settecentesca.
Entrando nelle sale dell’Appartamento dei Principi, dove il percorso espositivo si intreccia alle decorazioni originali, si percepisce con chiarezza come Appiani abbia contribuito a ridisegnare l’immagine ufficiale di Milano nel passaggio dall’Austria a Napoleone. La sezione sull’età napoleonica insiste proprio sulla “celebrazione del potere”, in cui dai ritratti ufficiali alle allegorie, l’artista costruisce un vocabolario visivo il cui scopo è aiutare a consolidare il nuovo ordine politico. Uno dei punti culminanti dell’allestimento è rappresentato dal prestito del cartone per l’“Apoteosi di Napoleone”, proveniente dal Louvre.
Singolare è come Appiani, anche quando lavora per il potere, riesca a sublimarne la “misura umana”: il Napoleone che emerge dai ritratti ufficiali è sì imperatore, ma ancora riconoscibile come individuo, quasi sorpreso nel momento in cui la storia lo innalza al di sopra degli altri. La mostra insiste su questo equilibrio delicato tra celebrazione e osservazione, tra retorica dell’Impero e attenzione al singolo volto, mostrando un pittore che usa il lessico dell’antico per interrogare il presente più che per immobilizzarlo in un dogma.
L’operazione più sorprendente della mostra, a mio avviso, è il lavoro sui “Fasti di Napoleone” – il grande ciclo celebrativo, oggi perduto, che correva lungo il ballatoio della martoriata Sala delle Cariatidi – che Curatori e progettisti hanno scelto di evocare attraverso un suggestivo allestimento su tela basato su lastre fotografiche storiche e incisioni ottocentesche.
Dopo aver attraversato autoritratti, cicli sacri, apparati effimeri e Fasti perduti, l’impressione che ho avuto è che il vero oggetto della mostra non sia solo Appiani, ma la capacità dell’arte di raccontare – e mettere in discussione – ogni forma di potere che pretende di eternarsi nelle immagini.
Che Milano dedichi ad Appiani una grande esposizione monografica, inserita nell’Olimpiade Culturale verso il 2026, non è solo un’operazione di recupero storico. Significa tornare a riflettere su come le immagini costruiscano il potere, su come l’arte pubblica (dagli affreschi alle installazioni contemporanee) continui a essere un campo in cui si negoziano identità, memorie, gerarchie sociali.




















