di Virginia Nicoletti
Ogni 1° gennaio succede qualcosa che non si vede, ma che incide profondamente sulla vita culturale: una serie di opere (come romanzi, musica, film e immagini) perde la protezione del diritto d’autore, cioè la “proprietà esclusiva” degli eredi o degli aventi diritto, e torna ad essere materia libera per addetti ai lavori – come editori, artisti, curatori, registi, musicisti – e non.
Il quadro della protezione del copyright non è però omogeneo a livello mondiale.
Nel contesto europeo – Italia inclusa – la regola generale prevede che l’opera sia protetta per tutta la vita dell’autore/coautore e per 70 anni dopo la sua morte. All’interno di questo sistema la legge distingue tra diritti patrimoniali e diritti morali, connessi alla paternità e all’integrità dell’opera, che continuano a condizionare gli interventi creativi anche quando l’opera è ormai libera economicamente.
Al di fuori dell’Unione Europea, benché tutti i paesi – più o meno – si riconoscano nella stessa idea di fondo dettata dalla Convenzione di Berna (che sancisce che l’autore ha un monopolio temporaneo sulla sua opera), le durate e i criteri di calcolo variano. Nel caso degli Stati Uniti, ad esempio, paese in cui non esiste un’unica durata valida per tutte le opere ma alcune durate “tipiche” diversamente applicabili, per molte opere del Novecento il copyright si estingue 95 anni dopo la data di uscita sul mercato del lavoro tutelato.
Il risultato di tali diversità è un sistema a macchia di leopardo, che richiede un’approfondita analisi relativa a giurisdizione e finalità di utilizzo per ogni opera potenzialmente divenuta “di pubblico dominio”.
Dentro questo complesso scenario, il 2026 rappresenta un punto di svolta per alcune opere chiave del secolo scorso. Lato letteratura, si affacciano nel dominio pubblico romanzi che hanno segnato l’evoluzione della narrativa moderna, come, per citarne uno, il primo romanzo con Miss Marple, che ha inaugurato uno dei personaggi più longevi del giallo classico.
Sul versante della cultura pop e dell’animazione, alcune versioni di personaggi famosissimi, come i primissimi Betty Boop e Pluto, entrano, con tutte le cautele del caso, in una nuova fase.
Nel campo dell’arte visiva, il 2026 vede l’ingresso nel dominio pubblico di opere come “Composition with Red, Blue and Yellow” di Piet Mondrian, “Animal Friendship” di Paul Klee, “Composition of Circles and Overlapping Angles” di Sophie Taeuber-Arp e “Simultaneous Counter-Composition” di Theo van Doesburg. Si aggiungono oggetti simbolici come il design originale della Coppa Jules Rimet (il trofeo della Coppa del Mondo FIFA) e fotografie iconiche quali “Fashion for Vogue” di Edward Steichen e “Pepper No. 30” di Edward Weston, che diventano liberamente riproducibili e manipolabili, salvo il rispetto di eventuali specifiche norme relative a marchi e beni culturali.
Anche sul fronte musicale numerosi brani del 1930 entrano nel dominio pubblico. Tra questi standard come “Georgia on My Mind”, “Dream a Little Dream of Me” e “Embraceable You”, che diventano disponibili almeno per quanto riguarda la composizione originale. In parallelo, singole registrazioni del 1925 cessano di essere protette, permettendo una più ampia circolazione di jazz, primi standard popolari e sperimentazioni orchestrali d’epoca, preziose per storici della musica, curatori e artisti sonori.
Il diritto d’autore non rappresenta solo un freno o un divieto, ma anche una sorta di “ritmo”, che protegge per un lungo tratto e poi lascia andare. È in quel momento, quando l’opera torna accessibile a tutti, che la storia si rimette in moto: qualcuno ristampa, qualcuno cita, qualcuno tradisce creativamente, qualcuno ricolloca in un altro contesto, e la vita delle opere ricomincia da capo.




















