(Alessandra Mulliri) – La morte di Brigitte Bardot ha riportato alla ribalta una figura che per decenni è stata simbolo di bellezza, fascino e ribellione. Attrice famosa in tutto il mondo, Bardot è stata raccontata come un’icona senza tempo, una donna che ha cambiato il modo di stare davanti alla macchina da presa e di vivere il proprio corpo e la propria immagine.
Bardot non fu solo un’icona di bellezza: negli anni ’60 e ’70 ha rappresentato una forma di emancipazione femminile difficile da ignorare, diventando simbolo di sensualità e indipendenza in un’epoca in cui le donne erano spesso confinate in ruoli stereotipati. In queste ore, però, accanto agli elogi e ai ricordi affettuosi, è tornato a far discutere anche un
aspetto più difficile della sua vita: il rapporto complicato con il figlio e alcune frasi molto dure
pronunciate negli anni sulla maternità. Un tema che divide e che spesso viene usato per giudicare, più che per capire.
Brigitte Bardot non ha mai nascosto di non essersi sentita portata per il ruolo di madre. Ha sempre rivendicato il diritto di essere una donna prima ancora che una “madre perfetta”. Una posizione che, detta da una donna, ha fatto scandalo. Se fosse stata un uomo, probabilmente sarebbe stata letta come una scelta personale. Invece, su di lei si è abbattuto un giudizio costante.
Ed è qui che il suo caso diventa una lezione importante, soprattutto per i più giovani. La libertà non è fare ciò che piace senza conseguenze, ma è avere il diritto di scegliere chi essere. Per le donne, questo diritto è spesso messo in discussione. Se non diventano madri, vengono considerate incomplete. Se non si comportano come “mamme chioccia”, vengono giudicate egoiste, fredde, sbagliate.
La società accetta ancora con difficoltà che una donna possa non voler essere madre, o non sentirsi a suo agio in quel ruolo. Agli uomini questa possibilità viene concessa molto più facilmente. Un padre assente viene giustificato, una madre che rivendica la propria libertà viene condannata.
Raccontare oggi Brigitte Bardot significa anche questo: interrogarsi su come guardiamo alle scelte femminili. Non per assolvere o condannare, ma per capire. La libertà non è un difetto, non è una colpa. È un valore. E come tutti i valori può essere complesso, scomodo, persino doloroso. Quando si sceglie la propria libertà in modo radicale, si apre spazio per grandi conquiste, ma anche per dubbi e rimpianti.
Bardot è stata una donna libera in un mondo che chiedeva alle donne di essere soprattutto altro: mogli, madri, figure rassicuranti. Lei ha scelto di essere sé stessa, pagando un prezzo altissimo in termini di giudizio pubblico.
Parlare della sua storia oggi può aiutare a costruire uno sguardo più giusto sul presente. Un mondo in cui una donna non venga misurata solo da quanto si sacrifica, ma anche da quanto è autentica. Un mondo in cui la libertà non sia vista come un capriccio, ma come un diritto. Perché educare alla libertà significa educare al rispetto. E il rispetto comincia dal non giudicare le scelte di vita degli altri.















