(Federica Cannas) – Una donna scalza sale su un palcoscenico parigino, nel 1903. Indossa una tunica greca che le lascia le braccia nude, i capelli sciolti sulle spalle. Si muove come se il suo corpo seguisse musiche che solo lei sente. Non ci sono punte, non arabesques perfetti. Solo un corpo che respira, si piega, si abbandona alla gravità per poi risollevarsi.
Il pubblico borghese è scandalizzato. Alcune signore si alzano e se ne vanno. Gli altri restano incollati alle sedie, incapaci di distogliere lo sguardo. Nessuno aveva mai visto niente del genere. Nessuno aveva mai pensato che un corpo femminile potesse muoversi così: libero, potente, pericoloso. Quella donna era Isadora Duncan. E stava inventando la danza moderna.
Cosa faceva di così scandaloso Isadora Duncan? Danzava scalza. Sembra poco, oggi. Nel 1900 era sovversione pura.
Le ballerine classiche stavano sulle punte, innaturalmente sollevate da terra, irrigidite da corsetti e tutù. Il loro corpo era gabbia decorata, ornamento controllato. Isadora toglie le scarpe. Sente il pavimento sotto i piedi nudi, sente la terra. Toglie il corsetto. Indossa tuniche morbide che rivelano la forma del corpo senza comprimerla. Le sue braccia si muovono liberamente, non secondo le posizioni codificate del balletto. Le sue gambe si piegano, il suo corpo ondeggia. Cade, si rialza. È umana.
Cresce in una famiglia bohémien californiana dove l’unica regola è non averne. Odia la scuola, la lascia a dieci anni. Odia il balletto classico con i suoi corpi torturati. Cerca qualcos’altro. Lo trova guardando le onde dell’oceano, il vento tra gli alberi. La natura non si muove secondo regole, si muove secondo necessità, secondo forze invisibili. Anche la danza dovrebbe fare lo stesso.
E c’è qualcos’altro, qualcosa di più radicale ancora. Danza da sola. Niente partner maschile che la solleva, la sorregge, la controlla. È corpo autonomo che esplora lo spazio, decide i propri movimenti, interpreta la musica come vuole. In un’epoca in cui le donne non votavano, non possedevano proprietà, non controllavano i loro corpi.
Poi c’è la musica. Danza su Beethoven, Chopin, Wagner. Musicisti che non avevano mai scritto per il balletto, musica considerata troppo seria, troppo sacra per essere “ballata”. Isadora se ne infischia delle convenzioni. Interpreta quelle sinfonie come emozione pura, come se il suo corpo fosse strumento capace di tradurre in movimento ciò che le note esprimono in suono. Inventa qualcosa che prima non esisteva: la danza come interpretazione emotiva della musica, non come sua illustrazione tecnica.
Si innamora dell’arte greca classica. Passa ore al British Museum studiando le figure sui vasi antichi, la postura delle cariatidi, il movimento suggerito nelle sculture. Ma la Grecia di Isadora non è quella accademica, polverosa, morta dei musei. È la Grecia come doveva essere stata. Viva, sensuale, libera. Corpi che celebravano la vita, non la reprimevano. Donne che danzavano nei riti dionisiaci, estatiche, fuori controllo.
Crea una mitologia personale. Si vede erede diretta delle danzatrici greche, portatrice di una cultura perduta che l’Occidente cristiano ha seppellito sotto secoli di repressione del corpo, soprattutto del corpo femminile. È delirio? Forse. Ma è delirio creativo che produce arte rivoluzionaria. Perché la danza di Isadora non è solo estetica, è anche politica. Ogni volta che sale sul palco scalza, senza corsetto, senza tutù, senza un uomo che la sorregga, sta dicendo qualcosa di eversivo sul corpo femminile.
E vive come danza, senza regole. Ha amanti, uomini e donne. Ha figli fuori dal matrimonio in un’epoca in cui questo significava rovina sociale. Non gliene importa. Non crede nel matrimonio, lo considera un’istituzione borghese che imprigiona l’amore. La stampa la definisce “pazza”, “immorale”, “pericolosa”. Lei se ne frega magnificamente. Beve, spende soldi che non ha, vive in alberghi lussuosi. La sua vita è opera d’arte tanto quanto la sua danza, rifiuto consapevole di ogni convenzione che riduca la donna a moglie, madre, proprietà.
Ma c’è un dolore che nemmeno la danza può guarire. Nel 1913, a Parigi, i suoi due bambini muoiono annegati nella Senna quando l’auto su cui viaggiano con la governante precipita nel fiume.
Isadora impazzisce di dolore. Smette di danzare per mesi. Quando torna sul palco, è cambiata. La sua danza diventa più oscura, più violenta. Danza la “Marsigliese” come grido di guerra, Tchaikovsky come lamento funebre. Il corpo che celebrava la vita ora conosce anche la morte, e questo rende la sua arte ancora più potente, ancora più vera.
Nel 1921 va in Russia, entusiasta della Rivoluzione che vede come estensione politica della libertà che ha sempre predicato. Là incontra il poeta Sergei Esenin, bellissimo e autodistruttivo. È relazione tempestosa, impossibile. Lui tornerà in Russia da solo e si impiccherà nel 1925. Isadora resta sola, sempre più povera, sempre più dimenticata.
Perché ecco il paradosso tragico. Ha inventato la danza moderna, ma non sa codificarla. Non sa creare un metodo sistematico, una scuola trasmissibile. È genio puro, impossibile da insegnare. Le nuove pioniere la guardano come antenata ma devono inventare i loro linguaggi. La libertà assoluta che Isadora incarna non può, per definizione, essere codificata. E questo la condanna all’oblio mentre è ancora viva.
Il 14 settembre 1927, a Nizza, Isadora sale su una Bugatti. Indossa una lunga sciarpa che le piace far svolazzare al vento. L’auto parte. La sciarpa si impiglia in una ruota. Il suo collo si spezza all’istante. Muore a cinquant’anni, strangolata dal simbolo stesso della sua libertà: il tessuto fluido che rifiutava i corsetti.
Oggi la danza contemporanea è ovunque. Corpi che si muovono fuori dagli schemi, coreografie che rifiutano la simmetria, danzatori scalzi che improvvisano. È così normale che dimentichiamo quanto fu radicale. Dimentichiamo che cent’anni fa un corpo femminile che si muoveva liberamente era scandalo, minaccia, rivoluzione.
Tutto questo nasce da una donna scalza che danzava sulla musica di Beethoven indossando una tunica greca. Da qualcuno che ebbe il coraggio di dire che il corpo femminile non è gabbia, non è oggetto. È forza, è intelligenza, è poesia che si scrive con muscoli e gravità.
C’è una fotografia famosa di Isadora. È ripresa da dietro, le braccia aperte, la tunica che le cade morbida lungo il corpo, il viso rivolto verso l’alto. Non vedi i suoi lineamenti, solo la postura. E quella postura dice tutto: abbandono e forza, vulnerabilità e potere, caduta e volo simultanei.
È questo che ha insegnato al mondo. Che danzare non è eseguire passi perfetti. È dire sì alla gravità sapendo che puoi anche sfuggirle. È cadere e rialzarsi. È essere completamente, pericolosamente, magnificamente vivi. È rivendicare il proprio corpo come territorio di libertà.
Isadora Duncan fece una rivoluzione. E le rivoluzioni, per definizione, non si possono codificare.
















