di Andrea Francesca Morganti
Nella primavera di quest’anno la Tate Modern Gallery di Londra dedica a Tracey Emin la più importante retrospettiva mai realizzata sull’artista: “A Second Life”. Una mostra dalla portata storica che ripercorre 40 anni di carriera, esponendo oltre 90 opere tra dipinti, video, tessuti, neon, sculture e installazioni, restituendo la complessità di una delle voci più radicali e influenti dell’arte contemporanea britannica.
Fin dagli anni Novanta, Emin ha ridefinito i confini tra vita e arte. Con l’installazione My Bed (1998) – presentata al Turner Prize e divenuta rapidamente iconica – l’artista portava in esposizione il proprio letto disfatto, traccia tangibile di un periodo di depressione e abuso di alcol. Quel gesto, scandaloso e vulnerabile, scatenò un acceso dibattito pubblico e critico, mettendo in discussione l’idea stessa di opera d’arte e trasformando Emin in un simbolo della generazione degli Young British Artists. A Second Life amplia oggi quella narrazione, mettendo in luce la coerenza di una ricerca che ha sempre rifiutato ogni separazione tra personale e pubblico.
Il percorso si apre con la definizione della sua voce “confessionale”. Sono esposti i lavori della prima personale My Major Retrospective (White Cube, 1982-93), una serie di minuscole fotografie dei dipinti scolastici distrutti dopo un periodo difficile. Seguono Tracey Emin CV (1995), racconto in prima persona della propria vita, e il celebre video Why I Never Became A Dancer (1995), in cui l’artista rievoca i traumi adolescenziali nella natia Margate.
Il legame con la cittadina costiera – lasciata a 15 anni, poi ritrovata dopo gli studi al Royal College of Art – attraversa tutta la sua opera. A Margate, Emin è tornata per assistere la madre sul letto di morte e, dopo la guarigione dal cancro, vi si è stabilita fondando la Tracey Emin Artist Residency.
L’itinerario espositivo culmina con le opere più recenti, che danno senso al titolo della mostra. Tra queste spicca Ascension (2024), scultura in bronzo in cui l’artista riflette sul rapporto con il proprio corpo dopo gli interventi chirurgici subiti a causa di un tumore alla vescica. L’opera dialoga con i frame di un nuovo documentario dedicato alla sua esperienza con la stomia, affrontata pubblicamente dall’artista come parte integrante della propria identità, ribadendo come malattia e trasformazione siano temi centrali nella sua poetica.
Se negli anni Novanta l’urgenza espressiva si manifestava soprattutto attraverso installazioni e neon confessionali, oggi la pittura occupa un ruolo sempre più centrale nella produzione artistica di Emin. Le tele recenti, caratterizzate da figure nude tracciate con segno rapido e vibrante, testimoniano un impegno costante verso il medium pittorico, vissuto come spazio di verità e vulnerabilità.
Curata da Maria Balshaw, Alvin Li e Jess Baxter, in stretta collaborazione con l’artista, A Second Life non è solo una retrospettiva, ma un viaggio emotivo nella vita di un’artista che ha trasformato l’autobiografia in linguaggio universale. Emin continua a sfidare convenzioni e aspettative, dimostrando come l’arte possa nascere dalla fragilità e diventare, letteralmente, una seconda vita.


