di Federica Cannas
Un uomo basso, rotondo, con gli occhiali tondi e un cappello a cilindro si affaccia sul mondo con quella meraviglia un po’ ingenua e disarmante di chi non ha ancora capito del tutto come funziona il mondo e per questo continua a vedere ciò che gli altri hanno imparato a non guardare più.
Si chiama Samuel Pickwick. È il fondatore e presidente onorario del Circolo Pickwick, un’associazione di gentiluomini inglesi che nel 1836 decide di partire alla scoperta della realtà. Niente guerre, niente conquiste, niente grandi ambizioni. Solo andare in giro, osservare, incontrare persone, prendere appunti, raccontare.
Charles Dickens lo inventò per far ridere a ventiquattro anni, quasi per caso, su commissione di un editore che voleva didascalie umoristiche per delle illustrazioni. Ne uscì invece uno dei romanzi più amati della letteratura mondiale. E una domanda che non ha mai smesso di girare. Perché Pickwick ci fa ancora così tanto tenerezza?
Perché Mr. Pickwick si fida di tutti. Crede nelle persone. Si entusiasma per un tramonto, per una storia sentita per caso, per un nuovo amico conosciuto per strada. E viene puntualmente ingannato, deriso, trascinato in situazioni assurde.
Eppure non impara. O meglio, rifiuta di imparare quella particolare lezione che il mondo chiama esperienza e che consiste, nella sostanza, nello smettere di fidarsi.
Eppure, ed è questo il paradosso dickensiano, è lui il più saggio di tutti. Perché la sua ingenuità è il rifiuto di diventare cinico e la decisione, ogni giorno, di restare aperti al mondo anche quando il mondo ti delude.
Il Circolo Pickwick è un’idea di comunità. Quattro amici che decidono di stare insieme per scelta, per curiosità condivisa, per il piacere di raccontarsi le cose, di ridere delle proprie disavventure, di essere testimoni l’uno della vita dell’altro.
Oggi quella cosa si chiama in mille modi, ma spesso manca proprio l’essenza del Circolo Pickwick: il tempo lento, la conversazione senza scopo, la presenza fisica, il caffè che si raffredda mentre si discute di qualcosa di assolutamente inutile e meraviglioso.
Gli studi sulla solitudine ci dicono che siamo la generazione più connessa e più sola della storia. Il Circolo Pickwick ci mostra come la connessione vera passi dagli sguardi, dalle storie. Passi dal sedersi intorno a un tavolo per raccontarsi qualcosa.
C’è un altro personaggio che non si può ignorare: Sam Weller, il servo di Pickwick. Figlio del popolo, arguto come una lama, con una battuta pronta per ogni situazione e una saggezza pratica che nessuna università potrebbe insegnare.
Sam è il contrappeso perfetto all’idealismo del suo padrone. Dove Pickwick vede il meglio dell’umanità, Sam ne vede le crepe. Senza amarezza, con una risata.
Ogni buon gruppo ha bisogno di un Sam Weller. Di qualcuno che dica la verità ridendo. Che sgonfi le pomposità senza distruggere i sogni. Che tenga i piedi per terra mentre gli occhi guardano in alto.
I Pickwickiani viaggiano per capire. Ogni città visitata è una nuova domanda. Ogni persona incontrata è un pezzo di mondo che non conoscevano.
Viaggiare per imparare, muoversi per curiosità, ritornare a casa diversi da come si è partiti.
Il Circolo Pickwick non ha mai davvero chiuso i battenti. Si è spostato in ogni gruppo che ancora si ritrova per parlare, per ridere, per pensare insieme. È in ogni persona che sceglie la meraviglia, la fiducia, la presenza. Mr. Pickwick approverebbe.



