di Virginia Nicoletti
Sono passati dieci anni dalla scomparsa di Prince, avvenuta il 21 aprile 2016, ma questo straordinario artista non sembra essersene andato via davvero, tanto forte e attiva è ancora la sua presenza nel linguaggio del pop contemporaneo.
Difficile racchiuderlo in una definizione semplice, perché ogni etichetta, su di lui, finisce per sembrare insufficiente. La sua era una creatività versatile, instancabile, incontenibile, refrattaria a ogni classificazione: intensissimo interprete, cantautore, polistrumentista, produttore, performer, autore visionario. Creatore di una musica che ha attraversato il funk, il rock, l’R&B, il soul, il pop e il jazz con una naturalezza quasi provocatoria, ha imposto alla musica pop una trasformazione epocale, sancendo con il suo incommensurabile talento un “prima” e un “dopo”.
Prima di lui, il concerto era il luogo della performance, con lui è diventato un palcoscenico a 360° fatto anche di teatro, di “linguaggio”, di dichiarazione “di stile”; così come la sensualità, che con lui passa da essere un codice a cui alludere, a materia espressiva esplicita e sofisticata. Prima di Prince, l’idea di artista totale era ancora legata a modelli tradizionali, ma grazie a lui, diventa qualcosa di nuovo, si evolve in una figura poliforme che estende le proprie competenze al controllo assoluto sul suono, sull’estetica, sulla messa in scena. Non è un caso se la sua battaglia per il controllo del proprio lavoro, per i diritti sulle registrazioni e per l’autonomia rispetto alle logiche delle major, ha assunto col tempo un valore quasi profetico. Oggi, quando si discute di proprietà intellettuale, piattaforme digitali e remunerazione degli artisti, la sua posizione appare incredibilmente moderna.
Riferimento duraturo per generazioni di musicisti, Prince, nella sua grandezza, poteva essere rigoroso e sfrenato, colto e popolare, minimalista e barocco, ironico e intensissimo. Con un senso del ritmo quasi architettonico, ma anche una libertà vocale che gli permetteva di attraversare registri emotivi molto diversi senza perdere identità, ha insegnato che il virtuosismo può essere “popolare” (nel senso di irresistibile sul piano emotivo e fisico), quando il dettaglio tecnico e le sofisticatissime ricerche nella costruzione del brano non rappresentano sterile ostentazione, ma risposta a un’urgenza espressiva chiara e immediata.
Dotato della qualità rarissima di saper parlare ad un pubblico vasto senza rinunciare alla densità artistica, non offriva modelli da imitare, ma condivideva possibilità, le stesse che ce ne fanno continuare a parlare al presente. Come l’aver anticipato un’idea di identità fluida e auto-scelta che oggi appare familiare, ma che allora aveva una forza destabilizzante.
Riascoltarlo significa accorgersi che molte delle cose che consideriamo naturali nella musica contemporanea erano, in lui, intuizioni radicali. Ne sono esempi l’uso del falsetto come segno di forza e non di fragilità, l’integrazione tra elettronica e strumenti dal suono organico, il modo di rendere il funk eccentrico ma non meno immediato. Anche dopo la scomparsa il suo lascito ha continuato a sedimentarsi, in modo discreto ma profondo. Molti grandi nomi del pop, dell’R&B e dell’indie hanno assorbito qualcosa del suo modo di intendere il corpo, la scena, l’arrangiamento. Altri musicisti hanno ereditato la sua lezione sull’essere autori di sé stessi fino in fondo, senza delegare ad altri la costruzione della propria immagine, perché la libertà non è un “ornamento” dell’arte, bensì la sua condizione più profonda. Anche quando non lo si nomina, lui resta lì, come un riferimento sotterraneo.
Dieci anni dopo, la sua assenza è disseminata in una sensibilità diffusa, perché Prince resta uno di quei rari artisti che non si limitano a lasciare canzoni memorabili, ma cambiano il modo in cui il mondo ascolta. E’ per queta ragione che, ogni anniversario, si riapre il discorso sulla sua figura, non come su un’icona da museo, ma come su un artista che continua a generare domande.



