di Virginia Nicoletti
La prima volta che qualcuno mi ha detto “il cibo è arte”, ho pensato subito ai piatti di chef stellati, alle mousse fatte a nuvola e alle salse versate col contagocce. Poi, esposizione dopo esposizione, mi è diventato evidente che il rapporto tra cibo e arte è una questione decisamente più complessa, che attraversa secoli di storia visiva e mostra quanto, spesso, gli alimenti siano molto più che semplici oggetti di scena decorativi.
L’arte invita a guardare il cibo non solo come qualcosa da consumare, ma come un insieme di segni che parlano della società e del tempo in cui si vive.
Vista nel suo complesso la storia del cibo nell’arte si sviluppa su due registri, ovvero da un lato attrazione e desiderio e dall’altro inquietudine e critica, in entrambi i quali il cibo funziona come un prisma che concentra questioni diverse: sacro e profano, lusso e povertà, piacere e colpa, individualità e alterità, natura e industria.
Con significati diversi per ogni epoca, pane, frutta, vino, tavole e banchetti compaiono nei dipinti non solo come elementi decorativi, ma come veri e propri simboli, che raccontano la fede, alludono alla memoria collettiva o invitano a riflettere sulla società. Nella pittura europea tra Quattrocento e Seicento, per esempio, il cibo ha spesso un valore allegorico. Nei soggetti religiosi il pane e il vino rimandano al mistero dell’Eucaristia e alla presenza del sacro nel quotidiano, mentre frutti – come uva, melograno e mela – simboleggiano temi quali il peccato, la salvezza e l’abbondanza.
Un capitolo importante è quello delle nature morte, in particolare nella pittura olandese del Seicento. Su tavole accuratamente composte compaiono immagini che possono sembrare mere celebrazioni della ricchezza – bicchieri di cristallo, ostriche aperte, limoni tagliati con la scorza che pende in modo spettacolare, torte, pane, selvaggina e molto altro – ma che in taluni casi, ad esempio in ragione dello stato di conservazione in cui gli alimenti sono rappresentati, incarnano una dimensione ammonitrice riguardo a temi quali la caducità, la vanità, la precarietà dell’esistenza e l’inevitabile fine di ogni abbondanza.
Nelle scene di banchetto dei dipinti storici, invece, il cibo è rivelatore delle differenze di classe. La qualità delle vivande, la disposizione dei posti e la preziosità delle stoviglie ritratte nelle mense delle corti, parlano della gerarchia e del potere dei commensali, tanto quanto i volti o gli abiti dei protagonisti.
Con la modernità il significato cambia. Se in passato il cibo rimandava all’ordine terreno e a quello morale, nell’arte moderna diventa espressione del quotidiano, riflette il ritmo industriale e la vita comune. Nel Novecento, con Warhol e la Pop Art, i prodotti alimentari commerciali si trasformano in icone della cultura di massa, strumenti di critica al consumo e alla standardizzazione. Nell’arte contemporanea il discorso si amplia ancora: il cibo è usato per interrogare il nostro tempo, toccando temi come sostenibilità, filiere, diseguaglianze e sprechi. Le opere che accumulano resti alimentari o trasformano il nutrimento in gesto e relazione rendono visibile il legame tra arte, vita e contesto politico, dando forma a significati non più fissati in un codice iconografico, ma figli dell’incontro tra chi crea e chi fruisce.
Proprio perché tutti mangiano, l’arte che usa il cibo riesce a toccare temi complessi partendo da un’esperienza immediata e condivisibile: in definitiva, si configura come uno strumento privilegiato per indagare le dinamiche culturali, sociali e simboliche delle diverse epoche, rivelando come attraverso la rappresentazione del nutrimento si possano leggere le trasformazioni del pensiero, dei valori e delle relazioni tra individuo, collettività e mondo.




















