Il 18 settembre è stata inaugurata al Pirelli Hangar Bicocca di Milano <Entanglements>, la più estesa personale europea dedicata all’artista Yuko Mohri.
Nell’immaginario di chi attraversa i confini tra scienza e poesia, la figura di Yuko Mohri si staglia come quella di un’artista-alchimista del presente. Nata a Kanagawa in Giappone nel 1980 e con all’attivo un percorso di studi interdisciplinari alla Tokyo University of the Arts – arricchito ed affinato anche grazie e residenze internazionali a New York, Londra e Parigi – Mohri ha sempre navigato fra le intermittenze degli elementi, i giochi invisibili delle energie e le trame accidentali della realtà.
Il percorso di Mohri, influenzato dalle figure pionieristiche dell’arte moderna e dalle voci del panorama artistico contemporaneo, si distingue per la sua attenzione agli ecosistemi, che concretizza in installazioni che coinvolgono lo spettatore, chiamato ad immergersi in fenomeni che si creano e si dissolvono continuamente. Le sue utopie materiali – fatte di sound-installations rumorose, strumenti musicali riconfigurati, oggetti domestici riutilizzati, circuiti elettrici, tubi idraulici, oggetti naturali, sensori e feedback ambientali – sono il risultato di una sorta di laboratorio aperto dove arte e tecnologia, ambiente e città, dialogano senza gerarchia, nonché un concentrato di ironia, gioco e familiarità.
Ogni sua mostra è una variazione sul tema della cooperazione fra “umani e non umani”, in cui la materia, gli elementi, le macchine, gli oggetti, diventano i coautori di una narrazione che si scrive con imprevedibile spontaneità. Dopotutto, come sostiene la stessa Mohri, gli eventi accadono sempre “tra” le cose, e la vera arte consiste solo nel predisporre le condizioni perché la realtà avvenga. Una poetica che si collega idealmente alle pratiche dello shintoismo e al pensiero zen.
L’anno 2024 segna una svolta decisiva per la carriera di Mohri, incaricata di rappresentare il Giappone al 60° International Art Exhibition della Biennale d’Arte di Venezia. Il progetto che propone, intitolato “Compose”, è un’esperienza multisensoriale destabilizzante per il visitatore, in quanto rappresenta (coerentemente con la filosofia artistica di Mohri) una sottile concertazione di fenomeni mai controllati del tutto, capace di evocare la fragilità della vita nelle città d’acqua, luoghi in cui “acqua” significa tanto rigenerazione quanto minaccia. Un trionfo.
Dopo lo straordinario riscontro di Venezia è Milano ora ad offrire il proprio tributo alla capacità dell’arte di Yuko Mohri, accrescendone ulteriormente l’eco internazionale.
Nella cornice monumentale dell’Hangar Bicocca di Milano, Mohri trova uno spazio perfetto per amplificare la sua estetica del precario, grazie ad una selezione rappresentativa del suo percorso artistico dai primi anni duemila ai progetti più recenti. In questa esperienza collettiva, in cui, come sempre, la partecipazione del pubblico è fondamentale, sono riuniti nuclei di opere appartenenti a diversi corpus ed installazioni adattate site-specific, valorizzanti il dialogo fra architettura industriale, materiali e improvvisazione.
Yuko Mohri innesta nel vasto spazio espositivo suoni di acqua e vento, dispositivi illuminanti e sistemi di tubature apparenti, per evocare la tensione tra ordine e improvvisazione. L’effetto è quello di un organismo vivente, pulsante, che risponde persino al clima della giornata e alle correnti d’aria nella sala industriale, rendendo la mostra diversa ogni giorno, ed ogni ora della stessa un momento irripetibile.
L’esposizione, messa in relazione con la trasversale precarietà della nostra epoca (caratterizzata da crisi ambientali, politiche, sociali) dona l’immagine di una resistenza che non si esprime nella forza, ma nella capacità di adattarsi, di accogliere e reinventare. Ogni goccia, ogni oggetto riconvertito, ogni suono inaspettato, sembra essere un gesto di cura verso il mondo e le sue infinite possibilità.
Tra le imperdibili installazioni esposte, visibili fino al 11 gennaio 2026, le iconiche “You Locked Me Up in a Grave, You Owe Me at Least the Peace of a Grave”, “I/O” e “Magnetic Organ”.












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