(Virginia Nicoletti) – Fino all’11 gennaio 2026 Palazzo Reale ospiterà “Man Ray. Forme di Luce”, una mostra che non è solo una retrospettiva, ma una sorta di viaggio iniziatico che parte da lontano, nei territori meno esplorati della creatività, dove la fotografia è evocazione e la luce diventa materia, la chiave di un’altra forma di vedere e di pensare.
Dopo aver respirato il clima intenso dell’Armory Show di New York ed ascoltato l’eco dei nomi di Cézanne, Matisse, Picasso e Duchamp – compagno d’anarchie e futuro complice d’invenzioni -, Man Ray (nato nel 1890 Emmanuel Radnitzky, figlio di immigrati russi ed ebreo per nascita) lascia l’America nel 1921 alla volta di Parigi, la vera terra promessa delle avanguardie, luogo in cui “giocare a essere rivoluzionari”, inclinazione che il nostro esprime appieno, cimentandosi in diverse arti.
Man Ray trascorre circa un ventennio in Europa dove tra sogni, avventure, amori fonte d’ispirazione della sua inesauribile creatività e tempeste politiche, si afferma come uno degli esponenti più innovativi del movimento dadaista e surrealista.

Ritornato in America, a Hollywood, dopo una precipitosa fuga dalla Francia pochi giorni prima dell’occupazione nazista, sente di trovarsi “come in una prigione dorata”, e benché viva un periodo fertile, con mostre, incontri ed una nuova musa – Juliet Browner, compagna negli ultimi decenni e nel gioco (surrealista) degli scacchi -, sogna Parigi. Rientratovi nel 1951, vi morirà nel 1976.
La mostra di Milano ci restituisce Man Ray proprio nella sua pienezza cangiante: più di 200 opere, esposte in un allestimento diviso per nuclei tematici, raccontano il suo continuo trasgredire i confini tra pittura, fotografia, cinema, oggetto, parola.
Sulle pareti delle sale di Palazzo Reale campeggiano gli autoritratti, le foto di moda, sfilano i volti di Kiki de Montparnasse, Gertrude Stein, Jean Cocteau, Picasso, Marcel Duchamp, in scatti che non sono mai mere riproduzioni, ma trasfigurazioni, esistenze colte tra verità e mistero, tra ironia e malinconia; si susseguono le celebri “solarizzazioni”, opere figlie della stagione creativa vissuta assieme alla musa-amante-collega Lee Miller (frutto di un errore fortunato: durante lo sviluppo di alcune pellicole, un’esposizione involontaria alla luce trasforma le ombre in aureole, i volti in presenze irreali, i corpi in rilievi spettrali), e le “rayografie”, immagini che scardinano la nozione stessa di realtà fotografica perché nascono disponendo oggetti comuni su carta fotosensibile colpita dalla luce per pochi istanti, senza l’ausilio della macchina fotografica.
L’icona assoluta di questa imperdibile mostra è, a mio avviso, “Le Violon d’Ingres” fotografia del 1924, sensuale e allusiva, che mostra la schiena nuda di Kiki, musa e amante, ornata dalle effe di un violino disegnate con l’inchiostro, che più che un ritratto è una dichiarazione di poetica. “Tecnicamente, ogni fotografia è solo una superficie chimica, ma per me è sempre stato un incantesimo” – confesserà Man Ray in una intervista d’epoca.
La ricchissima retrospettiva consente anche di apprezzare film sperimentali, oggetti-scultura, disegni, materiali d’archivio, lettere, provini, negativi, che completano il vasto lascito di Man Ray: non una semplice collezione di immagini, ma un modo di guardare il mondo, in cui ogni supporto si trasforma in “campo di possibilità”.
Un’alchimia, la sua, che non smette mai di affascinare.












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