Di Virginia Nicoletti
Il MUDEC – Museo Delle Culture di Milano, ospiterà fino al 28 giugno “Il senso della neve”, non la classica “mostra tematica”, ma una conversazione tra scienziati, artisti, antropologi e popoli che vivono da sempre dove il bianco dura molto più a lungo del calendario invernale. Una mostra in cui la neve non è uno “sfondo” neutro, ma un “personaggio” che si presenta, si sottrae e cambia ruolo, con scarti di scala che vanno dal minuscolo al monumentale, dal fiocco alla distesa, dalla formula fisica all’immaginario collettivo, dal sentire individuale all’esperienza condivisa.
Nelle prime sale le immagini e i pannelli raffigurano cristalli ingranditi, grafici, fotografie che rendono visibile la struttura nascosta della neve. In queste riproduzioni non si avverte il “sentimento dell’inverno”, ma il linguaggio della materia, con il suo lessico fatto di forme, di transizioni di stato, di equilibri instabili. Qui la neve è trattata come una questione di fisica prima ancora che di poesia, è il giusto “equilibrio” di acqua, temperatura, aria, pressione.
Quando arrivano le opere d’arte la prospettiva cambia, ed il bianco della neve diventa un prisma su cui si susseguono proiezioni e sentimenti soggettivi. Per i romantici è malinconia o purezza, per i pittori realistici è una sfida tecnica (come rendere il candore, senza appiattire tutto?), per chi guarda è – sicuramente – un ricordo. In un gioco che è anche contraddizione, la stessa neve che in un quadro appare consolatoria, in un altro è minaccia, deserto, fatica, freddo, cambio di stato improvviso che sconvolge la normalità. Comune denominatore le emozioni che la neve suscita, come silenzio, sospensione, tempo rallentato.
Nella parte dedicata all’arte contemporanea, la neve entra definitivamente in una zona più ambigua, fatta di metafore, di allusioni, di materiali effimeri. Più che la rappresentazione mimetica del paesaggio, interessano gli stati d’animo che il tema attiva. In alcune installazioni, la neve è evocata attraverso luci, vapori, tessuti, come se l’arte avesse accettato il fatto che quello di cui sta parlando è, per sua natura, qualcosa che sfugge, che si scioglie, che non si lascia trattenere. È una superficie apparentemente vuota, ma in realtà densissima di tracce, memorie, segni.
L’installazione di Chiharu Shiota (che il MUDEC presenta in dialogo con la mostra) mette in scena una nevicata che si ferma a mezz’aria – grazie a fili, carte ed elementi sospesi, che creano l’illusione di un tempo congelato poco prima che i fiocchi tocchino il suolo -, “fermo immagine” di quell’attimo ambiguo, quello stato mentale, in cui tutto è in bilico, in transizione, fuori dal tempo.
Il nucleo della mostra che mi ha colpito di più, è quello antropologico. Una sezione in cui la neve entra nel suo contesto più concreto, quello dei popoli che ci vivono immersi, ogni giorno, da secoli. Oggetti rituali, abiti, strumenti, elementi legati alla vita quotidiana delle comunità artiche e sub-artiche e di aree come la Terra del Fuoco – sistemi culturali complessi – raccontano una neve che non è “magia” stagionale, bensì condizione permanente. Ciò che è esposto parla di adattamento, di pratiche di sopravvivenza ma anche di estetiche nate in dialogo costante con il ghiaccio, perché la neve, per queste genti, determina come ci si veste, come ci si sposta, come si scandisce il tempo, come si immagina il mondo degli spiriti. Il sottotesto scomodo (che il MUDEC non tace ma, anzi, affronta consapevolmente) è che molti di questi materiali provengono da esplorazioni, collezionismo, musealizzazioni, incontri squilibrati tra chi abita un territorio e chi lo vive di passaggio “rapinandolo”.
Ad un certo punto, il percorso si apre sul tema della neve che non c’è più, o che c’è molto meno. Cartelli e mappe testimoniano gli spostamenti delle linee glaciali, palesando con quanta leggerezza abbiamo consumato questa risorsa; crimine immortalato nelle immagini dei ghiacciai che arretrano, delle montagne che si trasformano nel giro di una sola generazione, delle creste un tempo perennemente innevate e ora segnate da rocce scoperte.
“Il senso della neve” è una mostra coinvolgete e che fa riflettere: non offre soluzioni miracolose, ma mette insieme dati, immagini, oggetti, storie che ci costringono a pensare
oltre “noi”, e a misurare la distanza tra la neve che ricordiamo o che ci hanno raccontato, quella che sogniamo e quella che resta.







