di Virginia Nicoletti
Il 26 maggio del 1926 nasceva ad Alton, in Illinois, Miles Davis. Musicista, compositore, bandleader ma, soprattutto, artista – mai uguale a sé stesso – capace di attraversare il
Novecento prendendo una nuova direzione ad ogni sterzata della sua carriera, Davis
grazie alla sua tromba ha “vissuto” il jazz come la chiave per esistere (e resistere) dentro il
suo tempo, senza esserne intrappolato.
Nel corso della lunga carriera ha esplorato il bebop (il jazz più rapido e incendiario degli
anni Quaranta), il cool jazz, il jazz modale, il jazz elettrico, la fusion, lasciando ogni volta il
proprio riconoscibilissimo segno, grazie alla capacità di osservare, assorbire e rielaborare
in forme nuove ciò che stava accadendo attorno a sé. Tanto nuove da cambiare per
sempre il modo stesso di ascoltare il jazz.
Tra i molti tratti che rendono Miles Davis unico nel panorama dei grandi jazzisti, il suo
rapporto con il suono è forse il più caratteristico. Davis non ha mai cercato di stupire
attraverso l’eccesso o la velocità, ma mediante l’essenzialità dell’attesa e della profondità.
Convinto che una singola nota ha più peso di una cascata di suoni, ha costruito le proprie
improvvisazioni con una precisione quasi architettonica, avvalendosi di fraseggi brevi e
limpidi, punteggiati da pause di silenzio. Quello che all’ascolto potrebbe sembrare di una
semplicità disarmante è, in realtà, il frutto di un controllo rigoroso e di una sensibilità fuori
dal comune.
Questo approccio emerge con forza in molti suoi lavori, tra cui “Kind of Blue” – disco che
più di ogni altro ha fissato il suo nome nell’immaginario collettivo – in cui l’effetto sonoro è
quasi “meditativo”, o “Bitches Brew”, lavoro “di rottura”, in cui l’idea di jazz è molto meno
“rassicurante”, più “ruvida” e “urbana”, più vicina al rock e al funk.
Il jazz di Miles Davis non è mai stato solo musica d’intrattenimento alla ricerca di un
consenso immediato, ma un atto di libertà, un modo di stare nel mondo con autonomia e
orgoglio. Benché non sia stato un musicista “militante” nel senso più stretto del termine, la
sua figura ha avuto comunque un peso sociale e una forza politica molto chiara. In
un’industria discografica spesso costruita su gerarchie rigide, Davis è riuscito ad affermare
sé stesso come artista nero portatore di una propria visione, di una propria immagine
indipendente e di un proprio caratteristico “suono”. Anche le sue svolte stilistiche più
controverse hanno avuto un significato culturale preciso; quando ha aperto il jazz
all’elettricità e alla contaminazione, ha di fatto messo in discussione l’idea di purezza del genere, proclamando quella che ha rappresentato una vera e propria dichiarazione politica
oltre che artistica: la tradizione non sopravvive se resta ferma, ma solo se accetta di
essere percorsa dal cambiamento. E in questa prospettiva il jazz può essere eleganza e
frattura, silenzio e rischio, memoria e futuro.
A distanza di un secolo dalla sua nascita, dobbiamo ancora molto a Davis, perché il suo
lascito non si limita alla sola produzione discografica, ma si estende a un vero e proprio
“metodo” di pensare la musica e l’arte, in cui l’evoluzione non è tradimento, ma fedeltà allo
spirito più autentico della creatività, che trova compimento in una tensione continua tra
forma-identità e rischio-trasformazione.







