Di Andrea Francesca Morganti
Con la sua nuova collezione autunno-inverno 2026, Antonio Marras ha trasformato ancora una volta la passerella in un racconto fiabesco in cui materia, mito e memoria si intrecciano. Il designer sardo ha portato in scena la lentezza come atto poetico e politico, un invito a rallentare, a sostare nei dettagli a riconoscere nella costruzione dell’abito un gesto di cura.
La storia prende forma in un giardino di rose rampicanti. Protagonista è la Jana, creatura magica della tradizione isolana, che incontra la Caragol, la chiocciola. L’animale offre la propria abitazione – architettura intima e simbolica – e in cambio la Janas la trasforma in rifugio nomade, ricamando sul guscio rose purpuree e cipria. Quando la chiocciola riprende il suo cammino lascia una traccia invisibile di bellezza. È un’immagine che racchiude l’intero senso della collezione: l’eleganza come avvolgenza, senso di sicurezza e appartenenza.
Da questa visione nasce La Caragol, la nuova borsa a bauletto il cui nome, che in dialetto algherese significa chiocciola, ne custodisce l’origine simbolica. Le impugnature sinuose evocano il movimento lento dell’animale, mentre la lavorazione, interamente made in Italy e realizzata a mano, ne sottolinea il valore artigianale. Più che un accessorio, la borsa è pensata come un amuleto, un’estensione della propria dimora. Marras suggerisce che dentro una borsa si custodisce tutto: il necessario, il superfluo, oggetti personali e piccoli talismani. Qui diventa un invito a trasformare ogni tragitto in un giardino di rose, a portare con sé un frammento di casa e di memoria.
Il cuore della narrazione affonda nelle Janas, antiche figure della tradizione sarda associate alle Domus de Janas, sepolture rupestri che l’immaginario popolare ha trasformato nelle cosiddette Case delle Fate. La leggenda racconta che queste presenze, misteriose e potenti, abitassero la pietra e lì esercitassero un’arte paziente fatta di ago e filo, capace di dare nuova forma alla materia. In passerella, quella sapienza sembra riemergere nei dettagli: intarsi, velluti, damaschi e broccati si innestano su kimono e giacche dal taglio maschile, secondo una logica di stratificazione e dialogo più che di semplice sovrapposizione.

Emblematiche le giacche in edizione limitata, costruite a partire da frammenti di altre giacche dimenticate, ritrovate e riassemblate. Unite da rose ricamate, diventano pezzi unici in cui ogni elemento conserva tracce della propria vita precedente. Il gesto sartoriale non cancella il passato, ma lo mette in relazione, lo valorizza, lo rende architettura del presente. È qui che la memoria smette di essere nostalgia e si fa struttura avvolgente da abitare.
Ma questa collezione racconta anche molto della storia personale dello stilista. Marras è un viaggiatore instancabile, attraversa città e culture in tutto il mondo, eppure mantiene sempre un filo rosso che lo lega alla sua Sardegna. La porta con sé come la chiocciola porta la propria casa: non come peso, ma come identità, come radice viva che si muove insieme al corpo. Nei ricami, nelle rose, nei contrasti tra rigore e delicatezza, affiora quell’isola interiore che continua a nutrire il suo immaginario, anche lontano da casa.
La collezione si apre in una scenografia suggestiva: la passerella è incorniciata da due insenature laterali in cui due Janas, chine e silenziose, ricamano come custodi di un sapere antico. Da questa immagine prende avvio il racconto visivo, tra rampicanti di rose che si distendono su fondi neutri, fino a culminare in un total black intenso e avvolgente. L’animalier si accende accanto al carminio, mentre tuniche in seta verde salvia affiorano sotto leggere velature di pizzo. Il femminile incontra il maschile in un equilibrio calibrato tra sartorialità e leggerezza. Filamenti dorati attraversano stampe nere, e maglieria, denim e pelle convivono armoniosamente in un dialogo continuo tra forza e delicatezza.
Come la chiocciola che avanza lenta ma inesorabile, anche la visione di Marras procede senza strappi, fedele a un’idea di moda che non rincorre l’urgenza ma coltiva il tempo. Ogni capo sembra suggerire che abitare un abito significhi anche abitare una storia, riconoscersi in una trama di ricordi, gesti e radici. In un presente che corre, la collezione autunno-inverno 2026 diventa così un esercizio di consapevolezza: un invito a custodire ciò che siamo, a portarlo con noi nel mondo e a lasciare, lungo il cammino, una traccia discreta ma persistente di bellezza.


