di Alessandra Mulliri
Il Paese del Vento di Tonino Mosconi non è un semplice libro fotografico, né soltanto un saggio storico, è piuttosto un attraversamento della Sardegna, un viaggio nel tempo e nello spazio che prova a raccontare l’isola a partire dalle sue radici più profonde: la geologia, la presenza dell’uomo, la civiltà nuragica, la memoria dei popoli e infine la resistenza culturale del presente.
In 320 pagine e con oltre 200 fotografie originali in bianco e nero, Mosconi costruisce un’opera che tiene insieme l’abbinamento mentale-emozionale e ritiene che sia un potente mezzo affinché i messaggi siano incisivi e lascino qualcosa di più forte e duraturo nel tempo per una terra che sente come unica.
L’autore, che frequenta la Sardegna da oltre trent’anni, definisce questo volume “il contributo più personale” tra i suoi lavori. Racconta di un legame nato nel tempo, di un’attrazione profonda per “la bellezza della natura, l’unicità della gente e della storia”, ma anche per le ferite che questa terra porta ancora sulla pelle. E usa un’immagine molto intensa per spiegare il suo rapporto con l’isola: “Se l’Africa è la madre, la Sardegna è l’amante. Che, come un buon amante, non chiede mai troppo di te, né si dà troppo di sé.”. Una frase che restituisce bene il tono del libro, sospeso tra appartenenza e mistero, tra osservazione e coinvolgimento emotivo. Per Mosconi, infatti, la Sardegna non è una meta da consumare, ma “un paese da viaggiare”, da attraversare con rispetto e senza la pretesa di possederlo fino in fondo.
Da questa visione nasce anche la struttura del volume, diviso in quattro capitoli: il primo descrive la formazione geologica dell’isola, il secondo ripercorre il tempo dell’uomo dalle prime presenze fino alla storia antica e moderna, il terzo si concentra sulla Sardegna raccontata da scrittori, poeti e viaggiatori, mentre l’ultima parte è dedicata a quelle figure del presente che custodiscono identità, tradizioni e saperi. Nella presentazione del libro viene sottolineato che conoscere le radici di una terra significa conoscere il terreno in cui quelle radici sono cresciute.
Anche la fotografia non ha una funzione ornamentale. Mosconi lo dice con chiarezza: “Ogni immagine è parte essenziale del racconto, così come ogni fotogramma di un film”. Il libro, spiega, può essere letto su più livelli, ma trova la sua pienezza solo nell’intreccio continuo tra parola e visione. È una scelta coerente con la sua idea di comunicazione: al testo affida un canale prevalentemente intellettuale, all’immagine una forza evocativa capace di parlare alle emozioni. Ed è proprio da questo incontro tra mente e sguardo che nasce, secondo lui, la possibilità di lasciare nel lettore qualcosa di più forte e duraturo.
Tra le fotografie più significative, Mosconi indica quella delle pagine 4 e 5 come la più rappresentativa della sua visione della Sardegna: un’immagine che, a suo dire, racconta “il paese che è stato, che è nella sua più profonda autenticità e che probabilmente non sarà più”. In questa dichiarazione c’è tutto il senso di un’opera che non idealizza, ma cerca di salvare attraverso la memoria ciò che il presente rischia di consumare o cancellare. Per questo, il libro non si ferma al passato, guarda anche agli “eroi del nostro tempo”, a coloro che continuano a difendere il legame tra comunità, ambiente, lavoro e cultura: pastori, artigiani, agricoltori, studiosi, scrittori, figure diverse, accomunate dalla volontà di non cedere a una modernità che omologa e sradica.
Alla fine, Il Paese del Vento appare come un’opera che interroga non soltanto la Sardegna, ma il rapporto che ogni popolo intrattiene con la propria memoria. Passa attraverso le storie, i volti, i paesaggi, i silenzi delle sue fotografie. Proprio per questo il libro riesce a tenere insieme bellezza e coscienza, contemplazione e denuncia. Con lo sguardo del fotografo e la sensibilità di chi sa che certe terre, per essere davvero amate, devono prima di tutto essere comprese.


