(Federica Cannas) – Il 13 gennaio non è una data qualunque nella storia dello sport italiano. È il giorno in cui nasce ufficialmente la Nazionale di calcio italiana. Undici ragazzi in maglia azzurra, un’idea di unità, un sogno che avrebbe raccontato un Paese intero.
Da quel debutto contro la Francia e la vittoria netta per 6-2, passando per epoche difficili e cambiamenti sociali profondi, la Nazionale ha sempre rappresentato qualcosa di più grande della semplice competizione sportiva. È memoria, emozione, identità condivisa.
Da quel giorno, ogni volta che l’Italia scende in campo, succede qualcosa che va oltre il calcio. Succede che persone diverse, lontane, sconosciute tra loro, si ritrovano a condividere lo stesso battito. Nelle case, nei bar, nelle piazze, davanti a uno schermo acceso. L’azzurro diventa un linguaggio emotivo comune, capace di attraversare età, storie personali, momenti della vita. È in quell’istante che la Nazionale smette di essere solo una squadra di calcio e diventa sentimento.
Tra tutti i momenti che hanno segnato questa storia ce ne sono due che brillano con luce speciale, perché non sono soltanto vittorie, ma simboli di un’Italia che si ritrova, si riscopre e si orgoglisce di sé.
Nel 1982, nella terra del sole e dei campi infiniti, l’Italia conquista il suo terzo titolo mondiale in un torneo che ancora oggi resta scolpito nel cuore di chi ama il calcio e di chi ama l’Italia.
Quella squadra non era la più nominata prima del fischio d’inizio, ma nelle notti di Spagna si trasforma in leggenda. Il cammino azzurro è fatto di magia, di cuore e di storie che si intrecciano. Paolo Rossi diventa protagonista assoluto, segnando gol che riscrivono il destino della squadra. L’Italia supera un Brasile strepitoso, poi affronta la Germania Ovest nella finale di Madrid e vince 3-1, davanti a un Paese che esplode di gioia e orgoglio.
La celebre corsa di Marco Tardelli dopo il suo gol in finale è un momento di liberazione, di passione pura, di emozione viscerale che rappresenta l’anima di una nazione. Un urlo che viaggia oltre lo stadio e tocca ogni angolo dove si parla italiano.
Quella Coppa del Mondo è la storia di un’Italia che crede, che lotta, che si riscopre insieme.
Ventiquattro anni dopo, la scena mondiale si sposta in Germania e un’altra Italia incredibile riscrive le regole del possibile. Nel Campionato mondiale di calcio 2006, gli Azzurri, guidati da un gruppo di uomini che diventeranno eroi, tra i quali Del Piero, Buffon, Cannavaro, Pirlo, Totti, affrontano una sfida che resta una delle più intense nella storia recente.
Dopo un girone di qualificazione combattuto, l’Italia prosegue con determinazione, arriva alla finale contro la Francia allo Stadio Olimpico di Berlino e gioca una partita che resterà negli annali. Dopo 1-1 nei tempi regolamentari e supplementari, è la lotteria dei rigori a decidere: gli Azzurri vincono 5-3 e sollevano la Coppa del Mondo per la quarta volta della loro storia.
Quel trionfo è il momento in cui una squadra compatta, silenziosa, concentrata, riesce a restare in piedi fino all’ultimo senza mai perdere lucidità. Una squadra di uomini di carattere segnano un’epoca. La Nazionale italiana torna al centro del mondo e lo fa con orgoglio, lucidità e forza.
Dal primo fischio del 1910 alle grandi notti di Spagna e Berlino, l’Italia ha vinto quattro Coppe del Mondo (1934, 1938, 1982, 2006), e in ognuna di esse si riflette un pezzo diverso della nostra storia e della nostra cultura sportiva.
Poi arriva l’Europeo. E arriva Gianluca Vialli.
La vittoria agli Europei del 2021 non è solo un titolo in più nella storia della Nazionale. È qualcosa di diverso, di più profondo. È il volto di Gianluca Vialli accanto alla panchina, la sua voce bassa, gli abbracci, le parole dette lontano dalle telecamere. Vialli diventa un trascinatore silenzioso, un motivatore d’eccezione, tiene insieme tutto. Mette il cuore, l’anima, ogni frammento di amore possibile per questo sport.
In quella squadra che vince a Wembley contro l’Inghilterra, Vialli c’è sempre. Negli sguardi, nei gesti, nel modo in cui i giocatori si stringono prima dei rigori. Accompagna, protegge, sostiene. È calcio vissuto fino in fondo, con passione. È una vittoria che parla di gruppo, di fiducia, di bellezza condivisa. E quando l’Italia alza la coppa, sembra che quell’abbraccio infinito dica tutto. Il calcio, quando è così, è ancora capace di emozionare.
Ricordare il 13 gennaio significa celebrare una comunità di persone che, attraverso i decenni, ha trovato nel calcio un linguaggio universale di emozione, orgoglio e appartenenza.
Perché la Nazionale è un racconto, un filo che unisce generazioni, città, sogni. Perché la Nazionale, alla fine, è questo. Una storia che attraversa il tempo, cambia volto, ma continua a parlare alle emozioni più semplici e più vere. Ogni volta che l’azzurro scende in campo è un’emozione che ricomincia.
















