(Federica Cannas) – Ci sono luoghi nel mondo che sembrano avere più memoria di altri. A Buenos Aires, ad esempio, il vento del Río de la Plata attraversa le strade e porta con sé racconti che non vogliono essere dimenticati. A Santiago del Cile, nelle piazze che hanno visto il coraggio e la paura camminare insieme, le ombre sembrano custodire ancora le domande lasciate in sospeso dalla storia. Se Dickens avesse scritto A Christmas Carol oggi, forse avrebbe iniziato proprio da qui, perché il Sudamerica sa ricordare, sa mostrare ciò che il presente preferirebbe ignorare, sa riportare alla luce le parti di noi che non vogliamo vedere.
Il suo Scrooge contemporaneo non sarebbe un ricco avaro chiuso in una stanza polverosa. Potrebbe essere una persona che vive in qualunque grande città del mondo, circondata da dispositivi che registrano tutto tranne ciò che conta davvero, immersa in una vita parallela in cui la connessione è continua e la presenza è intermittente. Non sarebbe una figura malvagia, ma un essere umano convinto che il successo si misuri nella capacità di mantenere una distanza di sicurezza dagli altri. La sua solitudine sarebbe un’abitudine. Una corazza levigata negli anni, costruita più per autodifesa che per egoismo.
In questa riscrittura non servirebbero effetti speciali tecnologici né caricature dell’era digitale. Servirebbe piuttosto mostrare come, nel ventunesimo secolo, l’indifferenza non nasca solamente dall’avidità ma anche dall’accumulo di urgenze, dalla percezione che fermarsi equivalga a perdere terreno. Il nostro Scrooge potrebbe avere un lavoro che lo consuma, una rete di contatti estesa e superficiale, un’agenda in cui non c’è posto per ciò che non produce un ritorno misurabile. Una figura che conosce tutto e tutti, ma non conosce nessuno veramente, nemmeno se stessa.
E proprio qui, nella frattura tra ciò che appare e ciò che manca, si rivela che l’amore non è un accessorio sentimentale ma l’unica forma di profondità che impedisce al tempo di scorrere senza lasciare senso.
Il primo spirito, quello del passato, non lo porterebbe in una soffitta della Londra vittoriana. Lo condurrebbe piuttosto in una casa cilena degli anni settanta, dove una famiglia preparava la cena con semplicità, parlando fitto attorno a un tavolo di legno. Gli mostrerebbe un quartiere di Montevideo degli anni ottanta, in cui i bambini giocavano per strada e si salutavano per nome, perché nessuno era anonimo. Lo farebbe entrare in un bar di Lima dove, trent’anni fa, il tempo aveva un passo diverso e il valore delle relazioni non era ancora stato quantificato. Sarebbe un passato imperfetto, ma più umano, più espanso, meno ossessionato dal ritmo.
Il secondo spirito, quello del presente, gli farebbe attraversare la stessa Buenos Aires che di notte conserva le ombre e di giorno esibisce la solitudine. Gli mostrerebbe i rider che pedalano senza sosta, i lavoratori informali che affollano mercati improvvisati, le famiglie che resistono nonostante tutto, i ragazzi che studiano in una biblioteca pubblica perché è l’unico luogo in cui possono immaginare un futuro diverso. Gli mostrerebbe ciò che nel nostro mondo rimane nascosto sotto la superficie lucida delle narrazioni moderne. Non solo la povertà economica ma la povertà relazionale, l’incapacità crescente di ascoltare, il bisogno di mostrare sempre efficienza anche quando dentro ci si sente esauste o esausti.
Il terzo spirito, quello del futuro, non avrebbe le sembianze spaventose che Dickens immaginò. La sua forza deriverebbe dalla semplicità di una stanza in cui non si sente alcun rumore. Sullo schermo di un computer apparirebbe la traiettoria di una vita condotta come una linea retta, senza deviazioni, senza incontri, senza rischi emotivi. Non sarebbe un futuro distopico, ma un avvertimento. La rivelazione di ciò che accade quando la difesa diventa abitudine, quando la distanza diventa regola, quando la cura per sé non lascia spazio alla cura per le altre persone.
In questa nuova versione del racconto, la trasformazione del protagonista non si manifesterebbe attraverso un gesto clamoroso. Sarebbe una presa di coscienza lenta, come quella che attraversa chi, in certe città del Sudamerica, decide di cambiare direzione perché ha visto troppo dolore per continuare a fingere che tutto sia normale. Il nuovo Scrooge scoprirebbe che rallentare non significa fallire, che la gentilezza non è ingenuità ma competenza umana, che il tempo condiviso non è sottratto ma restituito. Comprenderebbe che una vita senza relazioni autentiche non è semplicemente una vita solitaria, è una vita che rischia di non lasciare alcuna traccia.
Il merito di Dickens, anche nel ventunesimo secolo, non risiede nella morale natalizia, ma nella sua capacità di rivelare ciò che preferiremmo non vedere. A Christmas Carol non offre consolazioni ma domande. Propone un ritorno alla dimensione collettiva che ogni società, per essere viva, deve saper custodire. La dignità delle relazioni rimane la misura essenziale di una comunità, ed è proprio questo che il racconto continua a insegnare, attraverso epoche diverse e attraverso continenti diversi, senza perdere mai la sua urgenza.












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