(Federica Cannas) – Buenos Aires, come in Italia, il calcio non è semplicemente un’abitudine domenicale. Si infiltra nella vita della città, facendola vibrare secondo due poli che da più di un secolo la dividono e la raccontano: Boca Juniors e River Plate.
Due squadre, due modi diversi di interpretare il calcio e l’Argentina.
La capitale argentina ha trasformato la loro rivalità in un racconto di se stessa, capace di assorbire politica, classe sociale, memoria e identità. Lo si vede nel modo in cui la gente parla, ricorda, interpreta gli eventi. E lo si vede guardando alle figure che più di altre hanno rappresentato la città nel mondo. Un Papa come Jorge Mario Bergoglio, che nella sua vita portegna ha seguito con convinzione il San Lorenzo, e una figura popolare come Diego Armando Maradona, che si è legato al Boca Juniors in modo totale, hanno contribuito a definire l’immaginario calcistico della città.
Il tifo di Bergoglio ha restituito la dimensione quotidiana della fede calcistica argentina, fatta di riti semplici e immediati.
L’amore che Maradona ha dedicato al Boca ha raccontato la voce degli ultimi, la rivolta dei quartieri poveri, l’idea che un pallone possa diventare un riscatto.
Il tifo come appartenenza, come radice, come identità culturale prima ancora che sportiva
All’inizio, però, non esisteva alcuna opposizione sociale.
Boca e River nascono nello stesso quartiere, La Boca, un porto di immigrati dove nei primi anni del Novecento si intrecciavano dialetti e sogni.
La frattura arriva negli anni Trenta, quando River si trasferisce nel nord benestante della città e inaugura il suo stadio monumentale. Nasce il soprannome “los Millonarios”, simbolo di un club moderno, ricco, ambizioso.
Boca rimane nel sud operaio, nella confusione colorata del barrio, dove case di lamiera e murales raccontano ancora oggi le prime generazioni di immigrati italiani e spagnoli.
Lì prende forma un’identità popolare e orgogliosa che resiste al tempo.
Il Superclásico è un confronto tra modelli sociali, tra appartenenza e aspirazione, tra radici e desiderio di scalata. Buenos Aires vi ha proiettato per decenni le sue tensioni interne.
L’Argentina degli anni della dittatura militare non può essere compresa senza guardare al ruolo che il calcio e gli stadi ebbero nella costruzione della propaganda.
La vicinanza tra l’Estadio Monumental, casa del River e palco del Mondiale ’78, e la ESMA, uno dei centri di detenzione e tortura più efferati, resta una ferita aperta nella memoria del paese.
Mentre la Selección di Menotti regalava gioia al Paese, centinaia di persone venivano torturate a poche centinaia di metri dallo stadio.
Il regime usò il calcio come vetrina internazionale.
In questo contrasto lacerante si capisce quanto il calcio sia stato un contenitore emotivo capace di assorbire tensioni sociali, dolore e desiderio di riscatto.
Le tifoserie di Boca e River, negli anni Ottanta e Novanta, diventano un laboratorio identitario.
La Bombonera, con la sua verticalità che quasi trabocca sul campo, continua a rappresentare la voce del barrio, comunità che si riconosce nella sua squadra.
Il Monumental, ampio e luminoso, si è trasformato nel simbolo di un club che cerca ordine, modernità, prestigio.
Dentro lo stesso universo emotivo delle curve di Boca e River si muovono le barra brava, gruppi organizzati di tifosi nati negli anni Cinquanta e diventati, nel tempo, organismi complessi, potenti, spesso controversi. Le barra non rappresentano la totalità del tifo, e non vanno confuse con la passione popolare, ma sono state per decenni un attore sociale con un ruolo preciso: controllare i settori dello stadio, gestire coreografie, orientare cori e presenza.
A Buenos Aires le barra hanno rappresentato, nel bene e nel male, una forma di potere parallelo. Radicate nei quartieri, vicine a partiti, dirigenti, perfino a reti di welfare informale. La loro storia riflette la storia della città.
Nel racconto della capitale argentina, queste tifoserie organizzate sono una componente che rivela dinamiche sociali spesso nascoste, ma cruciali per capire quanto il calcio sia intrecciato alla vita reale.
In questa Buenos Aires attraversata da identità calcistiche e tensioni politiche, la figura di Omar Sívori riappare sempre come un ponte naturale tra Argentina e Italia.
Fu uno dei pochi a restare fedele al proprio carattere in qualunque contesto. Ribelle, libero, allergico ai compromessi.
Sívori fa parte della costellazione di figure che hanno contribuito a costruire un’idea di calcio come identità.
Nella capitale argentina Boca e River restano i due grandi specchi della società.
Raccontano la spinta verso la modernità e il bisogno di non perdere le radici, la voglia di emancipazione e la paura di smarrirsi.
Nelle loro storie si riflettono le crisi economiche, la risalita democratica, le tradizioni popolari, i cambiamenti generazionali.
E la rivalità tra Boca e River continua a essere il resoconto vivo di tutto ciò che Buenos Aires ha attraversato: migrazioni, divisioni, violenza, resistenza, identità.
In fondo, per capire l’Argentina non serve un manuale di sociologia.
Basta entrare in città un giorno qualsiasi, ascoltare un coro provenire da lontano e seguire il suono fino allo stadio.
Quello che succede lì dentro è il racconto di un Paese intero.
Due squadre, due modi diversi di interpretare il calcio e l’Argentina.
La capitale argentina ha trasformato la loro rivalità in un racconto di se stessa, capace di assorbire politica, classe sociale, memoria e identità. Lo si vede nel modo in cui la gente parla, ricorda, interpreta gli eventi. E lo si vede guardando alle figure che più di altre hanno rappresentato la città nel mondo. Un Papa come Jorge Mario Bergoglio, che nella sua vita portegna ha seguito con convinzione il San Lorenzo, e una figura popolare come Diego Armando Maradona, che si è legato al Boca Juniors in modo totale, hanno contribuito a definire l’immaginario calcistico della città.
Il tifo di Bergoglio ha restituito la dimensione quotidiana della fede calcistica argentina, fatta di riti semplici e immediati.
L’amore che Maradona ha dedicato al Boca ha raccontato la voce degli ultimi, la rivolta dei quartieri poveri, l’idea che un pallone possa diventare un riscatto.
Il tifo come appartenenza, come radice, come identità culturale prima ancora che sportiva
All’inizio, però, non esisteva alcuna opposizione sociale.
Boca e River nascono nello stesso quartiere, La Boca, un porto di immigrati dove nei primi anni del Novecento si intrecciavano dialetti e sogni.
La frattura arriva negli anni Trenta, quando River si trasferisce nel nord benestante della città e inaugura il suo stadio monumentale. Nasce il soprannome “los Millonarios”, simbolo di un club moderno, ricco, ambizioso.
Boca rimane nel sud operaio, nella confusione colorata del barrio, dove case di lamiera e murales raccontano ancora oggi le prime generazioni di immigrati italiani e spagnoli.
Lì prende forma un’identità popolare e orgogliosa che resiste al tempo.
Il Superclásico è un confronto tra modelli sociali, tra appartenenza e aspirazione, tra radici e desiderio di scalata. Buenos Aires vi ha proiettato per decenni le sue tensioni interne.
L’Argentina degli anni della dittatura militare non può essere compresa senza guardare al ruolo che il calcio e gli stadi ebbero nella costruzione della propaganda.
La vicinanza tra l’Estadio Monumental, casa del River e palco del Mondiale ’78, e la ESMA, uno dei centri di detenzione e tortura più efferati, resta una ferita aperta nella memoria del paese.
Mentre la Selección di Menotti regalava gioia al Paese, centinaia di persone venivano torturate a poche centinaia di metri dallo stadio.
Il regime usò il calcio come vetrina internazionale.
In questo contrasto lacerante si capisce quanto il calcio sia stato un contenitore emotivo capace di assorbire tensioni sociali, dolore e desiderio di riscatto.
Le tifoserie di Boca e River, negli anni Ottanta e Novanta, diventano un laboratorio identitario.
La Bombonera, con la sua verticalità che quasi trabocca sul campo, continua a rappresentare la voce del barrio, comunità che si riconosce nella sua squadra.
Il Monumental, ampio e luminoso, si è trasformato nel simbolo di un club che cerca ordine, modernità, prestigio.
Dentro lo stesso universo emotivo delle curve di Boca e River si muovono le barra brava, gruppi organizzati di tifosi nati negli anni Cinquanta e diventati, nel tempo, organismi complessi, potenti, spesso controversi. Le barra non rappresentano la totalità del tifo, e non vanno confuse con la passione popolare, ma sono state per decenni un attore sociale con un ruolo preciso: controllare i settori dello stadio, gestire coreografie, orientare cori e presenza.
A Buenos Aires le barra hanno rappresentato, nel bene e nel male, una forma di potere parallelo. Radicate nei quartieri, vicine a partiti, dirigenti, perfino a reti di welfare informale. La loro storia riflette la storia della città.
Nel racconto della capitale argentina, queste tifoserie organizzate sono una componente che rivela dinamiche sociali spesso nascoste, ma cruciali per capire quanto il calcio sia intrecciato alla vita reale.
In questa Buenos Aires attraversata da identità calcistiche e tensioni politiche, la figura di Omar Sívori riappare sempre come un ponte naturale tra Argentina e Italia.
Fu uno dei pochi a restare fedele al proprio carattere in qualunque contesto. Ribelle, libero, allergico ai compromessi.
Sívori fa parte della costellazione di figure che hanno contribuito a costruire un’idea di calcio come identità.
Nella capitale argentina Boca e River restano i due grandi specchi della società.
Raccontano la spinta verso la modernità e il bisogno di non perdere le radici, la voglia di emancipazione e la paura di smarrirsi.
Nelle loro storie si riflettono le crisi economiche, la risalita democratica, le tradizioni popolari, i cambiamenti generazionali.
E la rivalità tra Boca e River continua a essere il resoconto vivo di tutto ciò che Buenos Aires ha attraversato: migrazioni, divisioni, violenza, resistenza, identità.
In fondo, per capire l’Argentina non serve un manuale di sociologia.
Basta entrare in città un giorno qualsiasi, ascoltare un coro provenire da lontano e seguire il suono fino allo stadio.
Quello che succede lì dentro è il racconto di un Paese intero.












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