(Federica Cannas) – Una donna che ha vissuto sette vite in una sola esistenza. Di fronte al fallimento, Sidonie-Gabrielle Colette si reinventava. E ogni volta che lo faceva stava ridefinendo cosa significasse essere donna, artista, imprenditrice nel XX secolo. La storia di Colette ci ricorda che la più grande rivoluzione è sempre stata quella umana, personale, esistenziale.
Immaginate di scrivere quattro romanzi di successo e scoprire che il vostro nome non compare su nessuna copertina. Siamo nel 1900, e Colette è intrappolata in un matrimonio con Henry Gauthier-Villars, che pubblica le sue opere sotto il proprio pseudonimo, “Willy”. I romanzi di Claudine diventano bestseller, ma lei è invisibile, rinchiusa in una stanza per scrivere come in una fabbrica letteraria.
La maggior parte delle persone avrebbe accettato l’ingiustizia, l’avrebbe interiorizzata. Colette se ne andò. A trentatré anni, senza soldi, senza diritti sulle proprie opere, senza nemmeno il proprio nome sui libri che aveva scritto. Quello che perse in sicurezza, lo guadagnò in libertà.
Senza rendite, Colette scelse la strada più scandalosa possibile per una ex-scrittrice borghese: il music-hall. Salì come performer sul palcoscenico del Moulin Rouge. Danzò e si esibì in pantomime, portando il suo corpo davanti agli occhi di una Parigi scioccata e affascinata.
Qui sta il genio della sua reinvenzione. Colette si definiva attraverso il movimento, la sensualità, la sfida.
L’innovazione non era nella danza, ma nel messaggio.
Mentre ballava la sera, Colette non aveva mai smesso di scrivere. Ma questa volta firmava con il proprio nome. E quando tornò alla letteratura a tempo pieno, lo fece da imprenditrice della propria immagine. Aprì un istituto di bellezza, lanciò una linea di cosmetici, divenne consulente per profumi. Era il 1932 e il suo brand era la sensorialità, l’autenticità, il piacere vissuto senza scuse. Scriveva romanzi in cui le donne invecchiavano, desideravano, sbagliavano, soffrivano, rinascevano. I suoi personaggi non erano eroine perfette ma creature complesse, contraddittorie, reali.
Oggi diremmo che Colette aveva capito il “personal branding” decenni prima che il concetto esistesse. Ma era qualcosa di più profondo. Aveva capito che l’autenticità è l’unica vera innovazione duratura.
Ogni reinvenzione di Colette nasceva da una crisi. Il divorzio la costrinse sul palcoscenico. L’invecchiamento la spinse a scrivere i suoi romanzi più profondi. La malattia degli ultimi anni la trasformò in un’icona letteraria venerata, la prima donna in Francia a ricevere funerali di Stato.
Ma c’è un filo rosso che attraversa tutte le sue vite. Non fuggiva mai da se stessa. Quando scriveva, attingeva ossessivamente alla propria esperienza. I suoi amori, i suoi fallimenti, i suoi dolori fisici diventavano materiale narrativo. Non c’era separazione tra vita e opera, tra esperienza e creatività.
L’integrazione totale come fonte di potere creativo. I suoi romanzi funzionano perché sono veri. Le sue reinvenzioni funzionano perché sono evoluzioni.
Le startup parlano di “pivot”. I coach ci esortano a uscire dalla zona di comfort. Colette ci insegna invece che la vera innovazione personale non è un cambio di direzione, è un approfondimento di chi siamo.
Non si reinventò diventando qualcun altro. Si reinventò diventando sempre più se stessa, strato dopo strato. Scrittrice fantasma che diventa performer, che diventa imprenditrice, che diventa leggenda. Ogni fase conteneva le precedenti, le amplificava, le trasformava.
Spesso dimentichiamo che l’innovazione più radicale è sempre stata quella esistenziale. Colette non ha inventato niente di nuovo. Ha semplicemente vissuto con una libertà che le donne prima di lei non si erano permesse. E nel farlo, ha cambiato cosa era possibile.
Quando morì nel 1954, ottantunenne e costretta a letto dall’artrite, Parigi si fermò. Il suo fu il primo funerale di Stato per una scrittrice in Francia. Ma lei, probabilmente, avrebbe sorriso con ironia.
Colette non voleva essere messa su un piedistallo. Voleva essere letta, ricordata, imitata nel coraggio ma non nell’idolatria. Voleva che altre donne guardassero la sua vita e pensassero: anch’io posso.
E questa è forse la sua innovazione finale. non ha creato un modello da seguire. Ha dimostrato che non esiste un solo modo di essere donna, artista, imprenditrice. Ha vissuto sette vite perché una sola non le bastava. E in ognuna di queste vite, è stata scandalosamente, meravigliosamente se stessa.
Cosa significa innovare? Forse la risposta sta in storie come quella di Colette. Storie di persone che hanno guardato i limiti del loro tempo e hanno deciso, semplicemente, di non accettarli. Che hanno trasformato le crisi in opportunità e i vincoli in liberazioni.
L’innovazione, alla fine, è sempre un atto di coraggio personale. E nessuno lo ha dimostrato meglio di una donna francese che, più di un secolo fa, ha deciso che la sua vita le apparteneva. Completamente.



