(Federica Cannas) – A Gaza l’infanzia sopravvive sotto cieli che si accendono di bagliori improvvisi e dentro notti in cui il silenzio è sempre attesa. In questo spazio angusto e ferito è cresciuta Malak Mattar, pittrice giovanissima che ha trasformato il bisogno di respiro in un linguaggio pittorico unico. Aveva solo pennelli, colori acrilici e una stanza che spesso diventava il suo rifugio. Da lì ha cominciato a comporre un universo in cui la vita trovava la forza di continuare attraverso le immagini.
La pittura per lei è stata un gesto vitale. I colori diventavano ossigeno, le tele si aprivano come finestre. In ogni quadro prendevano forma figure femminili dagli occhi smisurati, capaci di contenere memorie e desideri. Madri che proteggono, amiche che condividono la resistenza quotidiana, antenate che tramandano la dignità di un popolo. È un mondo femminile antico e contemporaneo allo stesso tempo, intimo come un diario e politico come un manifesto.
Le sue opere raccontano la violenza attraverso simboli che condensano sentimenti universali. Il blu profondo evoca il mare che si intravede e che resta lontano, ma anche l’infinito. Il rosso è insieme dolore, passione e coraggio. Il giallo, vibrante e luminoso, insiste sul potere di una luce che attraversa l’oscurità. Ogni colore è un linguaggio e, nella loro combinazione, prende corpo una geografia alternativa di Gaza.
Con il tempo la sua pittura ha oltrepassato i confini. Le sue tele hanno viaggiato tanto, raggiungendo gallerie di Londra, New York, Oslo e Istanbul. Questo movimento crea un paradosso che amplifica il senso della sua opera. Mentre Malak rimane spesso intrappolata nella striscia di terra in cui è nata, i suoi quadri attraversano i continenti e portano ovunque un messaggio che non ha bisogno di traduzioni. Ogni mostra diventa così un atto politico e poetico insieme. Gaza raccontata non come cronaca di dolore, ma come sorgente di bellezza e forza.
Il cuore della sua arte è la capacità di restituire voce a una generazione di ragazze e ragazzi cresciuti senza spazi, senza prospettive, senza diritti, ma con un desiderio profondo di futuro. Nei suoi dipinti quelle giovani vite non sono fantasmi senza volto, hanno sguardi diretti, lineamenti netti, corpi vitali che sfidano l’indifferenza. Malak dipinge ciò che rischierebbe di scomparire, ossia la memoria delle famiglie, l’amicizia, l’amore, la possibilità di ridere anche quando il contesto sembra negarlo del tutto.
Guardare i suoi quadri significa scoprire che l’arte non è un lusso riservato ai momenti sereni, ma una necessità che nasce nei luoghi più fragili. In Palestina, e in particolare a Gaza, l’arte diventa ossigeno. Malak Mattar non cerca di addolcire ciò che la circonda, ma di trasformarlo in qualcosa capace di nutrire chi guarda. La sua pittura non elimina il dolore, lo lo rende simbolo e lo porta su un piano universale.
Nelle donne che popolano le sue tele si legge il filo invisibile di una continuità. Sono custodi di tradizioni, guerriere silenziose che immaginano orizzonti diversi. I loro occhi enormi, quasi ipnotici, guardano sempre avanti, come se fosse impossibile accettare la rinuncia. Dentro quegli occhi ci sono mari, deserti, radici, ma soprattutto c’è il futuro.
Oggi Malak rappresenta una delle voci artistiche più riconosciute della Palestina. Una narratrice che usa il colore al posto delle parole. Le sue opere dimostrano che l’arte è strumento di testimonianza e resistenza. È la prova che la bellezza può emergere anche nelle condizioni più dure.
Gaza è anche creatività, talento, desiderio di vita. Nei suoi blu si percepisce l’eco del mare, nei suoi rossi il battito di un popolo, nei suoi gialli la promessa di un’alba che prima o poi tornerà.
Malak Mattar ha scelto di raccontare la sua terra con una pittura che parla di resistenza, di sopravvivenza, di speranza. Chi osserva le sue tele capisce che i colori sono una forma di respiro, un grido visibile, una memoria che si proietta nel domani.
E così, anche quando tutto sembra sospeso, Malak dipinge. Continua a dare corpo a ciò che Gaza rischia di perdere. Aria, mare, libertà. I suoi quadri, viaggiando lontano, dimostrano come i colori possano resistere all’assedio più di qualsiasi altra cosa.
La pittura per lei è stata un gesto vitale. I colori diventavano ossigeno, le tele si aprivano come finestre. In ogni quadro prendevano forma figure femminili dagli occhi smisurati, capaci di contenere memorie e desideri. Madri che proteggono, amiche che condividono la resistenza quotidiana, antenate che tramandano la dignità di un popolo. È un mondo femminile antico e contemporaneo allo stesso tempo, intimo come un diario e politico come un manifesto.
Le sue opere raccontano la violenza attraverso simboli che condensano sentimenti universali. Il blu profondo evoca il mare che si intravede e che resta lontano, ma anche l’infinito. Il rosso è insieme dolore, passione e coraggio. Il giallo, vibrante e luminoso, insiste sul potere di una luce che attraversa l’oscurità. Ogni colore è un linguaggio e, nella loro combinazione, prende corpo una geografia alternativa di Gaza.
Con il tempo la sua pittura ha oltrepassato i confini. Le sue tele hanno viaggiato tanto, raggiungendo gallerie di Londra, New York, Oslo e Istanbul. Questo movimento crea un paradosso che amplifica il senso della sua opera. Mentre Malak rimane spesso intrappolata nella striscia di terra in cui è nata, i suoi quadri attraversano i continenti e portano ovunque un messaggio che non ha bisogno di traduzioni. Ogni mostra diventa così un atto politico e poetico insieme. Gaza raccontata non come cronaca di dolore, ma come sorgente di bellezza e forza.
Il cuore della sua arte è la capacità di restituire voce a una generazione di ragazze e ragazzi cresciuti senza spazi, senza prospettive, senza diritti, ma con un desiderio profondo di futuro. Nei suoi dipinti quelle giovani vite non sono fantasmi senza volto, hanno sguardi diretti, lineamenti netti, corpi vitali che sfidano l’indifferenza. Malak dipinge ciò che rischierebbe di scomparire, ossia la memoria delle famiglie, l’amicizia, l’amore, la possibilità di ridere anche quando il contesto sembra negarlo del tutto.
Guardare i suoi quadri significa scoprire che l’arte non è un lusso riservato ai momenti sereni, ma una necessità che nasce nei luoghi più fragili. In Palestina, e in particolare a Gaza, l’arte diventa ossigeno. Malak Mattar non cerca di addolcire ciò che la circonda, ma di trasformarlo in qualcosa capace di nutrire chi guarda. La sua pittura non elimina il dolore, lo lo rende simbolo e lo porta su un piano universale.
Nelle donne che popolano le sue tele si legge il filo invisibile di una continuità. Sono custodi di tradizioni, guerriere silenziose che immaginano orizzonti diversi. I loro occhi enormi, quasi ipnotici, guardano sempre avanti, come se fosse impossibile accettare la rinuncia. Dentro quegli occhi ci sono mari, deserti, radici, ma soprattutto c’è il futuro.
Oggi Malak rappresenta una delle voci artistiche più riconosciute della Palestina. Una narratrice che usa il colore al posto delle parole. Le sue opere dimostrano che l’arte è strumento di testimonianza e resistenza. È la prova che la bellezza può emergere anche nelle condizioni più dure.
Gaza è anche creatività, talento, desiderio di vita. Nei suoi blu si percepisce l’eco del mare, nei suoi rossi il battito di un popolo, nei suoi gialli la promessa di un’alba che prima o poi tornerà.
Malak Mattar ha scelto di raccontare la sua terra con una pittura che parla di resistenza, di sopravvivenza, di speranza. Chi osserva le sue tele capisce che i colori sono una forma di respiro, un grido visibile, una memoria che si proietta nel domani.
E così, anche quando tutto sembra sospeso, Malak dipinge. Continua a dare corpo a ciò che Gaza rischia di perdere. Aria, mare, libertà. I suoi quadri, viaggiando lontano, dimostrano come i colori possano resistere all’assedio più di qualsiasi altra cosa.












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