di Virginia Nicoletti
Durante la Seconda guerra mondiale Milano fu bersagliata più volte dagli attacchi aerei, che non risparmiarono fabbriche, case, infrastrutture e monumenti. La città pagò un prezzo altissimo in termini di vite spezzate, sfollati e distruzione materiale, e il centro storico cambiò volto sotto il peso della guerra.
Anche il Teatro alla Scala subì questa violenza e, nell’agosto 1943, i bombardamenti ne causarono il crollo della volta e la devastazione del tetto, oltre a gravi lesioni agli spazi interni, dai palchi al proscenio. Colpendolo il conflitto non aveva cancellato soltanto un edificio di pregio, ma aveva toccato un punto nevralgico dell’idea stessa di Milano come capitale intellettuale e civile. Non rappresentava solo un problema architettonico, perché la Scala non era esclusivamente un posto in cui fruire di spettacoli, ma uno spazio in cui Milano si riconosceva come comunità, un presidio di prestigio ma anche di appartenenza, e un punto di riferimento culturale per tutto il Paese.
Nel 1946 la città non si era ancora ripulita dalla polvere della guerra, eppure si stava riaccendendo una luce. La rapida riedificazione della Scala – guidata dall’ingegnere Luigi Lorenzo Secchi, che lavorò con l’obiettivo di restituire al teatro la sua fisionomia originaria – segnò un vero cambio di passo per una Milano che doveva ritrovare sé stessa, pezzo dopo pezzo. In un’Italia che usciva a fatica dal conflitto, riportare in vita la Scala significava affermare che la bellezza non era un ornamento, ma una necessità, e che il bisogno di cultura non arrivava, per importanza, dopo la ricostruzione materiale, ma ci “stava dentro” e la sosteneva.
A dirigere l’orchestra del giorno della riapertura, l’11 maggio, fu chiamato il Maestro Arturo Toscanini, esempio di rigore e dignità artistica. Avvolto in un clima che era quello di un ritorno alla vita, ma senza dimenticare il dolore che l’aveva preceduto, Toscanini recitò un discorso che concorse a rendere la serata memorabile. Potente fu il programma scelto per parlare direttamente a una città, e a un paese, che avevano bisogno di sentirsi di nuovo parte di qualcosa di più grande della propria rovina, con Verdi a fare da bussola emotiva.
Il pubblico della serata non era formato solo dai tremila fortunati che riempirono la sala, ma anche dalla folla che invase le strade attorno al teatro e arrivò fino a piazza Duomo. Fuori dalle mura poi, altoparlanti diffondevano il concerto in diretta, trasformando il centro di Milano in un’enorme platea a cielo aperto. Durante il concerto l’emozione esplose in pianti liberatori sul “Va’ pensiero” verdiano, e in ovazioni che sembravano non finire mai. Anche la radio portò la musica nelle case di tutta Italia, contribuendo a rendere la Scala “di tutti”, come scrissero i giornali dell’epoca.
Nei giorni immediatamente dopo il concerto inaugurale, il rilancio, di alto profilo artistico, continuò con programmi tutti italiani, focalizzati su Rossini, Verdi e Puccini, per sottolineare un ritorno alle radici culturali del Paese. Il teatro poi tornò a livelli produttivi elevati, confermandone il ruolo di parte integrante del processo di ricostruzione morale e sociale di Milano e dell’Italia, con opere, balletti e concerti, messi in scena sia in sede che in trasferta.
A ottant’anni da quella riapertura, il Teatro alla Scala continua a raccontare la forza di una città che, uscita dalle macerie, ha scelto di ricostruirsi anche attraverso la cultura. Questa ricorrenza non celebra soltanto una data, ma il momento in cui Milano ha trasformato la ferita in memoria, e si è affacciata fiduciosa al futuro.


