di Virginia Nicoletti
Con l’arrivo al cinema di “Odissea”,il nuovo film di Christopher Nolan, torna al centro dell’attenzione una storia che non smette di parlare al presente. Non solo perché appartiene a uno dei miti più grandi della tradizione occidentale, ma perché racconta qualcosa in cui ci identifichiamo ancora molto bene: il bisogno di “tornare”, il timore di essersi persi, la fatica di capire chi si è realmente dopo aver superato molte tempeste.
L’”Odissea” di Omero non nasce come opera chiusa e immobile, ma come testimonianza viva, che si modella mentre viene trasmessa. Non ha mai avuto davvero l’aspetto di un oggetto fermo, ma quello di qualcosa che si adatta, si muove, cambia con chi lo ascolta. Sono le stratificazioni, i passaggi orali, le voci diverse, che nel tempo hanno costruito il poema che conosciamo.
Se l’”Iliade” ruota intorno alla forza, all’urto, alla gloria e alla rabbia, l’”Odissea” prende un’altra strada. Ulisse/Odisseo non è il personaggio più forte del racconto, ma è quello che sa leggere il mondo. La sua intelligenza è molto attuale, perché non è astratta o teorica, ma è pratica, elastica, concreta, capace di stare dentro la complessità senza irrigidirsi. Ulisse/Odisseo non domina il caos, ma vi si muove all’interno.
Il cuore del poema è il ritorno, che però non è soltanto il resoconto di un itinerario, ma soprattutto il racconto della distanza tra ciò che si era e ciò che si è diventati dopo che la vita ha riscosso il proprio prezzo, e il racconto del bisogno di ritrovare un centro, una forma possibile di continuità, qualcosa che non sia stato cancellato del tutto dal caos della guerra e dall’esperienza del viaggio. Dentro questa storia, però, non c’è solo Ulisse/Odisseo, ma anche Penelope – che presidia ciò che rischia di andare perduto – e Telemaco – il figlio che cresce dentro l’assenza -. Figure essenziali poiché rappresentano il modo in cui quel viaggio pesa su chi resta, e rendono il ritorno qualcosa che riguarda tutti, non solo chi parte.
Dopo Troia, i dieci anni del rimpatrio non sono solo una durata narrativa, ma rappresentano l’intervallo del trauma e della rielaborazione. Sono un “tempo intermedio”, un attraversamento mentale, fatto di smarrimento e di fatica, da percorrere prima di poter pensare davvero a una rinascita. Il rincaso, di fatto, nel poema non coincide con un semplice arrivo, ma con una “ricostruzione”, e la destinazione, cioè Itaca, dunque, simboleggia il desiderio di tornare a essere “interi”.
Ulisse/Odisseo non vuole soltanto rivedere la sua terra ma vuole capire se esiste ancora un posto in cui la sua vita possa avere un senso, dopo tutto quello che è successo. Anche quando Calipso gli offre l’immortalità, lui rifiuta questa condizione perfetta ma separata da ciò che lo lega alla realtà, compiendo la scelta, distintamente umana, di una vita ancora sua, benché esposta al dolore e fatta di finitezza, tempo e fragilità.
Nolan nel suo lungometraggio, fa perno proprio sull’esperienza emotiva e sul lato più fragile e umano di Ulisse/Odisseo, per portare alla luce, in un gioco fatto di deviazioni, ritorni, blocchi, attese che girano attorno a qualcosa di irrisolto, ciò che c’è sotto la superficie, ovvero la memoria, la colpa, la percezione alterata, il trauma.
Uno dei momenti più famosi dell’”Odissea” è anche uno dei più significativi. Nel film è purtroppo assente, per una scelta di coerenza e integrità del regista, che lo ha omesso non potendolo rendere realistico e intenso come dovuto, a causa dei limiti linguistici (dato che, ovviamente, il film non è recitato in greco antico). Davanti a Polifemo, Ulisse/Odisseo dice di chiamarsi “Nessuno”, che pronunciato nella lingua di Omero suona verosimilmente come un nome proprio. È un inganno, certo, una strategia di sopravvivenza, ma è anche una forma di sparizione volontaria. È una delle intuizioni più forti che ci offre l’”Odissea”, qualcosa che la rende ancor più una storia che ci riguarda da vicino: l’identità non è sempre una cosa “compatta”, e può cedere o sospendersi per adattarsi a ciò che ci sfida o ci sconfigge.
E forse è proprio in questa possibilità di farsi “nessuno”, senza scomparire del tutto, che si gioca ancora oggi la parte più radicale del viaggio di ognuno di noi.

