di Virginia Nicoletti
Quando una tempesta passa, di solito lascia dietro di sé silenzio e rovine: alberi sradicati, tavole spezzate, travi che non reggono più nulla. In mezzo a questo paesaggio interrotto ci sono artisti che non vedono solo desolazione e perdita, ma l’urgente desiderio di provare a ricucire il rapporto tra le persone e i luoghi feriti.
Marlin Miller, Dayton Scoggins, Dayle Lewis e Laura Petrovich‑Cheney negli Stati Uniti, Jay MacKay in Canada, Simon O’Rourke in Inghilterra, Will Fogarty in Irlanda e Marco Martalar in Italia, sono solo alcuni di questi originali scultori, dediti a lavorare legni di recupero raccogliendoli, ascoltandoli, seguendoli nelle loro curvature e nelle loro cicatrici, per trasformarli in opere capaci di ricordare al mondo che anche da ciò che sembra sconfitto può sbocciare una forma nuova, se qualcuno è disposto a sporcarsi le mani e a rimettere insieme i pezzi.
In una manciata di ore, nell’autunno del 2018, i poderosi venti di Vaia hanno cambiato per sempre il paesaggio montano del Nord‑Est italiano, sradicando boschi che sembravano eterni e piegando come fiammiferi abeti giganteschi. Nel suo devastante passaggio, la tempesta ha anche ridisegnato il modo di pensare l’arte di Marco Martalar, il cui linguaggio artistico ha inevitabilmente preso una direzione diversa rispetto a quella percorsa prima di Vaia. Quegli alberi straziati erano una ferita collettiva, e lui ha scelto di farci i conti trasformandoli nella materia prima di un nuovo percorso artistico.
Da allora, sulle montagne del Trentino, Martalar trasforma il legno non “ripulito” dal trauma – segnato, scheggiato, storto – in creature mitologiche, draghi e animali totemici, che ricordano a tutti cosa è successo e quanto fragile sia l’equilibrio del paesaggio.
Una delle sue opere è “La Guàna del Primiero”, una creatura alta sette metri e composta da oltre duemila frammenti di legno e radici disposte come per dar forma ad una energia trattenuta. Figlia di una leggenda alpina che vuole le ninfe locali – chiamate “Guàne” – vivere in simbiosi con l’acqua e i luoghi del Primiero, rifuggendo il contatto ravvicinato con gli esseri umani trasformandosi in lontre se necessario, questa creatura, che non appartiene del tutto né al mito né alla realtà, è un ponte tra memoria immateriale (la leggenda) e memoria materiale, quella dei tronchi spezzati da Vaia.
L’opera, posta presso il Parco del Benessere del Navoi, è il corpo collettivo di una valle che ha conosciuto la distruzione e ha scelto di non restare ferma nell’immagine del disastro; è una creatura che non si limita a occupare il paesaggio, ma lo costringe a ricordare una ferita che il tempo da solo non è riuscito a rimarginare, restituendo, a coloro che vi si trovano al cospetto, la sensazione fisica di trovarsi ai piedi di qualcosa nato da ciò che la montagna aveva perso. Martalar non cerca la perfezione anatomica ma, piuttosto, una verità emotiva, ovvero che la cura nasce dall’elaborazione del trauma e non dalla rimozione del dolore. Nel percorso artistico di Martalar, “La Guàna del Primiero” si inserisce in una costellazione di opere che non sono solo sculture ambientali, ma riscritture di elementi e paesaggio, attraverso la “materia prima” che quel paesaggio ha perduto. Un “archivio naturale” che ha bisogno di cielo, di montagna, di prati e di sentieri per esprimere fino in fondo il senso di “presenza” che lo anima. E’ un archivio che non “ripara” il bosco ma ne rende visibile la perdita, conserva la traccia di ciò che è accaduto e al tempo stesso offre la base per una nuova narrazione, ed apre un varco per una diversa forma di convivenza tra uomo e montagna.







