Con Familienalbum, Katia Fundarò-Kremer firma un esordio narrativo che mette al centro una domanda molto concreta e insieme universale: che cosa resta di noi dell’infanzia, della famiglia e delle sue eredità invisibili quando diventiamo adulti? Il romanzo lavora su questi temi senza semplificazioni e senza moralismi, attraversando memoria, cura, conflitto e libertà con una scrittura evocativa e rigorosa.
Uno dei nuclei più forti del libro è la rappresentazione dell’infanzia. Non un’età idealizzata, ma un tempo “pulsante”, fragile e potentissimo, capace di contenere insieme libertà e ferita. Julius, figura centrale del romanzo, cresce in un doppio paesaggio: da una parte la natura luminosa del Baltico, la spiaggia, la foresta, il senso di una libertà quasi fiabesca; dall’altra la fragilità domestica, i conflitti adulti, le tensioni che un bambino assorbe anche quando non vengono nominate. In questa frattura si forma il suo sguardo, e con esso una delle idee più importanti del romanzo: l’infanzia è anche un tempo di resistenza.

L’esperienza di Fundarò-Kremer come insegnante e pedagogista attraversa il libro in profondità, ma senza trasformare la narrazione in una lezione. Il tema educativo non è trattato in astratto: prende corpo nei legami, nelle scelte, nei gesti degli adulti. L’autrice insiste su un punto essenziale: è compito degli adulti “far emergere la figura dallo sfondo”, restituire ai bambini centralità, creare per loro luoghi fisici e simbolici in cui sentirsi sicuri e amati, da cui possano “prendere il volo”. È un’immagine che nel romanzo diventa insieme affettiva e politica: crescere non dovrebbe essere un privilegio, ma un diritto.
La famiglia, in Familienalbum, non è né un nido perfetto né un luogo da demonizzare. È piuttosto un “campo di forze”, dove convivono spinte opposte: autonomia e protezione, autorità e ribellione, vicinanza e distanza. Fundarò-Kremer la descrive come una struttura complessa, attraversata da storie individuali, relazioni intergenerazionali ed esperienze condivise, tutte distribuite su tre tempi — passato, presente e futuro — ma con un peso specifico del passato spesso determinante. È ciò che l’autrice chiama “testamento genealogico”: un’eredità cucita sottopelle che orienta il nostro modo di stare al mondo e con cui, prima o poi, dobbiamo fare i conti.
In questo senso, il romanzo non si limita a raccontare una storia di famiglia: interroga il lettore sul rapporto tra eredità e libertà. Quanto di ciò che siamo viene dalle scelte fatte da altri per noi? E quanto, invece, può essere trasformato? La risposta non arriva come tesi, ma attraverso i personaggi e la loro parziale verità. Le voci di Julius, Anna Maria ed Erik mettono in scena una memoria divisa, contraddittoria, spesso attraversata da silenzi e incomprensioni. Nessuno possiede la verità intera, e proprio questa frammentazione rende il romanzo credibile e profondamente umano.
Tra i valori che emergono con maggiore forza c’è la libertà, soprattutto nella figura di Erik. Ma è una libertà ambigua, mai celebrata in modo ingenuo. Disobbedire, rompere lo status quo, non allinearsi: per Erik la libertà richiede coraggio e comporta conseguenze. Allo stesso tempo, agli occhi di Anna Maria, quella stessa libertà rischia di somigliare a una forma di irresponsabilità, a una maniera elegante di sottrarsi al peso dei propri errori. In questa tensione il romanzo tocca un nodo molto attuale: non esiste libertà autentica senza responsabilità verso gli altri, soprattutto dentro i legami di cura.
Centrale è anche il tema dell’incomunicabilità, quel “tarlo silenzioso” che corrode le relazioni e che, nei conflitti tra adulti, finisce spesso per pesare sui più fragili. Familienalbum mostra come i bambini possano diventare, loro malgrado, il terreno su cui si combattono ferite irrisolte, rancori, modelli educativi inconciliabili. Eppure, proprio qui si apre lo spazio più interessante del libro: la possibilità che qualcuno, nonostante tutto, riesca a salvarsi dagli adulti, a trovare un proprio equilibrio, un proprio posto nel mondo.
Anche sul piano stilistico, il romanzo si distingue per coerenza. Fundarò-Kremer sceglie una lingua chiara, intensa, capace di evocare più che spiegare. La prima persona, la pluralità dei punti di vista, il ritmo vicino all’oralità e l’attenzione ai non detti costruiscono una prosa che può essere definita “poetica” non per compiacimento, ma per precisione emotiva. La scrittura accompagna il lettore dentro una materia delicata senza forzarla, lasciando che siano i personaggi — e i loro vuoti — a generare senso.
Per questo Familienalbum è un romanzo che parla a chi è figlio, a chi è genitore, a chi insegna, a chi si occupa di crescita e relazioni. Non offre soluzioni facili, ma invita a guardare con più lucidità alle eredità invisibili che ci abitano. E forse il suo valore più grande sta proprio qui: ricordarci che non siamo soltanto ciò che abbiamo ricevuto, ma anche ciò che decidiamo di comprendere, trasformare e restituire con più consapevolezza.
Alessandra Mulliri



